Coraggio

Coraggio!

Era freddo quella mattina, brina sulle aiuole, acciaio in cielo, foschia ovunque. Mi sembrava di rinascere, erano ricordi d’infanzia, quando a Pavia nevicava spesso, quando le strade si coprivano di silenzio, quando non mi preoccupavo di nulla. In quella mattina, però, il pensiero era occupato dal lavoro che mi aspettava.
Il verbo lavorare deriva dal latino laborare che a sua volta deriva da labor, che può significare sia lavoro sia fatica. Questo duplice significato è dovuto al fatto che un paio di millenni fa il lavoro comportava necessariamente una considerevole fatica fisica. Non c’era lavoro senza fatica. E oggi?
Neanche oggi, naturalmente, anche se la vita si è fatta meno faticosa che un tempo. Tuttavia, ancor oggi si può dire di essere stanchi a fine giornata o a fine turno. Ma c’è anche chi della fatica ha una consapevolezza diversa, come per esempio i nati stanchi, i fannulloni e i lazzaroni. Ce n’è parecchi, in giro, credetemi. E un po’ lo siamo tutti, di tanto in tanto. Io per primo, che avevo persino abbandonato gli studi in lettere per apatia, pur continuando a coltivare, quasi come una malattia, l’etimologia e l’evoluzione delle parole.
In quella mattina gelida, io ero proprio uno di quegli sfaticati che avrebbero preferito evitare di dover lavorare; potendolo, sarei andato a bermi una cioccolata calda da Cesare stringendo la tazza per riscaldare le dita e guardando i passanti sbuffare per corso Garibaldi. Il lavoro, quel giorno, era solo fatica per me, una cosa spiacevole e da schivare anche se, naturalmente, inevitabile: perché lo stipendio…
Voglia di lavorare saltami addosso, si diceva una volta.
A consolarmi, la considerazione che il verbo italiano lavorare è meno minaccioso degli equivalenti francese (travailler), spagnolo (trabajar) o portoghese (trabalhar), i quali derivano dal tardo latino tripaliare che significava torturare col tripalium. Quest’ultimo (tri = tre e palus = palo) era uno strumento di tortura formato da un asse verticale alla quale legare la testa e il busto del torturato, e da due assi disposte a x, così da legare in alto le due mani ben divaricate e sotto i due piedi ben divaricati anch’essi. Un po’ come nell’immagine dell’uomo vitruviano di Leonardo. In Francia e nella penisola iberica, quindi, lavorare è una vera e propria tortura.
Per la cronaca, in rumeno, altra lingua neolatina, lavorare si traduce in lucra, che deriva dal latino lucrari che significa guadagnare, trarre profitto. Solo in retoromancio, tra le lingue neolatine, lavorare rimane lavurar.
Eppure, se uno non nasce ricco, bisogna che lavori, diceva un tipo che ho conosciuto molti anni fa. Costui aveva proprio ragione, mi dicevo in quella glaciale mattina, mentre stava cominciando a nevicare.
Il mio lavoro non era molto faticoso. Anzi, lo era pochissimo, a dire il vero. Ero il portinaio dell’università e il mio compito si riduceva a essere presente per otto ore al giorno, dalle otto di mattina alle cinque di pomeriggio con una pausa pranzo di un’ora, seduto dietro un vetro o in piedi nei paraggi. Davo informazioni a chi ne chiedeva, ricevevo i pacchi dei corrieri, avvertendo poi per email i destinatari di venirseli a prendere. Mi avevano dato un telefonino il numero del quale era affisso sulla porta del mio ufficietto affinché fossi raggiungibile anche quando, per motivi fisiologici, mi dovevo assentare per qualche minuto.
Era un lavoro noioso e non per tutti, perché la noia uccide la maggior parte degli annoiati ma non me, che potevo stare fermo a guardare il niente per ore senza esaurire la mia pazienza. Ero nato così e nessuno meglio di me poteva fare quel mestiere che non mi costringeva nemmeno alla più desolante solitudine, perché non smettevo di far quattro chiacchiere coi corrieri e con studenti e professori.
Nei momenti fiacchi ascoltavo la radio sul web, facendo solitari al calcolatore. Giocavo con attenzione e concentrazione, riuscendo a vincere spesso. In genere ripetevo il giochino e facevo partite al meglio dei sei punti, come nel tennis.
C’erano anche giornate no, quando avrei voluto essere altrove, come quella mattina dal sapore d’un inverno d’altri tempi, che cercavo di addolcire spalando la neve all’ingresso del palazzo dell’università, in modo che si notasse che quello era un posto di alto livello, una specie di hotel cinque stelle e non un anonimo ufficio. In quell’occasione avrei gradito pavoneggiarmi in una livrea da lacchè, rossa e nera coi bottoni dorati e le frange alle spalle. Ma a me spettava solo un’uniforme blu scura, sotto la quale indossavo uno spesso maglione di lana nero. Era il cosiddetto maglione da lavoro, che lavavo a mano ogni due settimane in acqua fredda.
Al freddo si era intanto aggiunto un inusuale vento a raffiche, che purtroppo mi soffiava indietro la neve spalata e che costringeva ad una certa urgenza i passanti, i quali si affrettavano per quanto possibile, con scarpe e indumenti inadeguati ad un tempo così rigido e tanto inusuale negli ultimi decenni. Mi rifugiai nel mio ufficietto o, meglio, nel mio gabbiotto, dietro il vetro e vicino al termosifone elettrico portatile che mi consentiva di godere di quello spettacolo in bianco e nero senza congelarmi.
Una persona che non riconobbi passando di corsa con la mano a bloccare il cappello mi strillò: coraggio!
O almeno così mi sembrò, sorprendendomi perché sono uso a espressioni, talvolta persino ironiche e sarcastiche, come buon lavoro o gambe in spalla anziché coraggio.
Poi, due ore di calma fiacca, poca gente in giro, studenti rinchiusi a scaldar aule piene di spifferi come vitelli in una stalla, professori serrati nei loro studi col cappotto sulle spalle oppure radunati in biblioteca dove gli antichi scaffali coi libri allineati erano un ottimo coibentante che scacciava il vento freddo di Strada Nuova.
In quelle due ore interrogai me stesso e la rete a proposito di quel saluto: coraggio!
Cosa significava? Forse che ci voleva coraggio a pestare i piedi in strada con quel tempo che i giornalisti definivano – monotonamente – artico e polare. Oppure era un’esortazione ad avere coraggio per continuare a lavorare così vicino al marciapiede oramai ghiacciato e scivoloso.
Trovai un corsivo sul Dauphiné online, un quotidiano di Grenoble, terra natale di mia moglie, che affrontava con gusto l’argomento. Sembra che i clienti salutassero così il personale dei supermercati che lavorava la domenica, una pratica considerata da tutti una crudeltà dei datori di lavoro. In altre parole, pur apprezzando la possibilità di fare la spesa di domenica, i clienti mostravano solidarietà verso commessi e commesse, che erano universalmente visti come soggetti costretti a lavorare nei giorni festivi come schiavi delle Antille o servi della gleba. Un cortocircuito logico: i clienti, che in quanto tali erano complici degli schiavisti, incoraggiavano gli schiavi. “Esortazioni dei clienti al coraggio invece di cinghiate ai complici degli sfruttatori” concludeva il corsivo.
Io non so se fosse realmente così ma, nel caso, l’etimologia del verbo francese travailler mi sembra proprio azzeccatissima, soprattutto considerando che sono le parole a vestirci l’anima.

 

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