Lui che di mestiere faceva il mago, quella mattina si svegliò con il magone. Si alzò, bevve una tazza di caffè, la bocca amara, la lingua asciutta. Pazienza! Prese i ferri del mestiere, una valigetta con trucchi e giochi, un bastone col pomello di madreperla, un cilindro ereditato da papà. E andò a teatro per le prove dello spettacolo che debuttava quella sera. Sorpresa! I collaboratori non lo riconobbero.
– Chi è lei?, gli chiesero
– Sono il mago.
– Con quel magone?
– Male di stagione.
– Meteopatico?
– Diciamo che il tempo fa brutti scherzi.
– E quali?
– Bizze interiori.
– Ma è primavera!
– E il mio cervello, il secondo, dorme, s’assopisce.
– Anche d’estate?
– D’estate bussa.
– In autunno?
– Qualche timido germoglio.
– D’inverno dev’essere un inferno!
– Appunto, è un diavolo, si scatena.
– In che senso?
– Conigli dal cilindro. Coi primi freddi finalmente vago.
Lui che di mestiere faceva il mago aveva un piccolo difetto di pronuncia – pensava “c”, diceva “v” – e, quando, immobile, sussurrava “vago”, liberando la sostanza dalle briglie, subito scattava l’applauso per quello show formidabile, essenziale, nelle toilette alla turca anche sperimentale.

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