Lacrime mature

Ero ancora bambino e la vetrinetta della biblioteca dell’Azione Cattolica poteva gloriarsi, tra i testi minori a sfondo religioso, della presenza di tre o quattro titoli che eccitavano la nostra fantasia. Erano “Taras Bulba”, “L’isola del tesoro”, “Robinson Crusoe”, “Michele Strogoff” e, appunto, “I ragazzi della via Paal”. Quest’ultimo, nella versione della Salani, divenne un vero must e ce lo passammo di mano in mano.
Per chi non ricordi la storia, la vicenda è ambientata nella Budapest imperialregia di fine ottocento e descrive la guerra tra due bande di allievi di scuola media.
La prima, quella della Via Paal, è formata da una dozzina di ragazzini guidati da Giovanni Boka, con gli affiliati che si fregiano almeno del grado di ufficiale; il solo biondino Nemesek è ancora soldato semplice. Il loro campo giochi è posto in un deposito di legnami, nel centro della città popolare. La seconda, è quella delle Camicie Rosse di Franco Ats, nella quale spiccano i temibili fratelli Pastor. La loro sede è su un isolotto dell’Orto Botanico, circondato da canali e da un laghetto.
I due eserciti si fronteggiano per la difesa o la conquista di un pezzetto di terra, dove divertirsi e vivere la comunità. Tutto ciò, lontano dal mondo degli adulti, rappresentato come formale e indifferente alle loro passioni.
E, invece, passione e istinto di libertà sono il verbo dei ragazzi: il campetto è la Patria, una parola che va scritta con la maiuscola, poiché attorno a essa si coltivano valori come amicizia, fedeltà al gruppo, rispetto delle regole e della parola data. Da questo punto di vista, il libro rappresenterebbe un esemplare manuale, d’ispirazione laica, per ragazzini che riuscissero ad allontanarsi dalle manopole dei giochi elettronici o dai selfie vanitosi.
Durante un’incursione, le Camicie Rosse sottraggono la bandiera che sventolava su una catasta di doghe della Via Paal. Boka e il suo fidato soldatino si recano di nascosto all’Orto Botanico per riprenderla, proprio mentre gli avversari stanno tenendo consiglio. Cominciano così le immersioni in acqua del gracile Nemesek: prima cade nel laghetto poi, per non farsi sorprendere, si nasconde nella vasca dei pesci rossi. Oltre a recuperare il vessillo rubato, Boka scopre con amara disillusione anche il tradimento di un suo sodale, passato al nemico.
Il gruppo avverso sta complottando un assalto. Mentre Boka appresta i preparativi per la difesa, la salute di Nemesek va peggiorando. Ciò non gli impedisce di recarsi, da solo, all’Orto Botanico, per cercare scoprire i progetti delle Camicie Rosse. Scoperto, è immerso per la terza volta nel laghetto per ritorsione: non viene picchiato perché lo si ritiene troppo mingherlino. Il fanciullo affronta la punizione con fierezza, tanto che Franco Ats gli fa tributare gli onori delle armi.
Tutto, d’ora in poi, sarà senza inutili ipocrisie: le Camicie Rosse cercano il loro Lebensraum e per prenderselo, dichiarano la guerra. Vincerà non chi è più potente, ma lo stratega che meglio avrà organizzato le sue truppe, quello che avrà saputo suscitare l’entusiasmo attorno all’idea.
E quello stratega è Giovanni Boka. Tuttavia, i piani elaborati non sortirebbero l’esito sperato, senza la variabile inattesa che muta il corso della storia. Assistiamo così all’impresa del biondino Nemesek che, pur divorato dalla malattia, corre in soccorso ai suoi nel momento supremo e atterra, come Davide e con febbrile disperazione, il Golia Franco Ats, determinando la vittoria della sua squadra.
L’atto eroico ha un prezzo enorme: Nemesek, promosso capitano sul campo, morirà di polmonite, dopo un ultimo incontro con il suo generale.
Questi, sconvolto dalla tragedia, ritorna col cuore in tumulto al campo e ascolta una conversazione tra adulti, dalla quale capisce che tutto è stato vano: il proprietario di quel terreno farà costruire proprio lì un palazzo di tre piani. Giovanni Boka comprende così che i grandi pensano solo agli interessi materiali: non si ribellano mai alle loro regole ottuse, non li ferma neanche la morte di un bambino. Almeno Nemesek non ha saputo che il suo sacrificio è stato inutile.
Non nascondiamo che la conclusione de “I Ragazzi della via Paal” lascia spazio a una lacrima matura che ha nuovamente il sapore dell’infanzia. Il messaggio morale che aveva attraversato indenne gli orrori delle due successive guerre mondiali, sembra tornare purtroppo di attualità, adesso che dobbiamo imparare a convivere, impauriti, con incomprensibili mostri riapparsi ai nostri orizzonti.

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