“Anche in tempo di guerra, amare vale più che uccidere”. Leah Goldberg
Sono nato in campagna, dentro un cottage dal tetto di paglia, in Irlanda del Nord. Si arrivava alla casa da un sentiero scavato tra alte siepi di biancospino. Quando portai un’amica a conoscere i miei vecchi, si fermò nel tunnel di fiori bianchi. “Che paradiso bucolico. Il posto ideale per nascondere le armi dell’IRA”. Dopo secoli di invasioni straniere, l’incanto della terra resisteva alla violenza degli uomini. Anch’io resistevo, con la musica.
Da giovane suonavo con mio cugino Dara in una folk-band, giravamo per tutti i paesi del Nord. Ora insegno musica in una scuola di Dublino, e il mio strumento preferito è la cornamusa. Dal revival celtico degli anni ’60 ho imparato a suonare pifferi, flauti, arpe, tamburi Bodhràn. Non ho interesse per la musica leggera, quindi mi colse di sorpresa uno studente che una mattina portò in classe una canzone che “dovevo assolutamente ascoltare”. Era “Zombie”, dei Cranberries. Era appena uscito il video, ma io non guardo la TV, non ne ho mai avuta una, neppure durante i Troubles, i “Guai” in Irlanda del Nord.
Il giovane studente mette la musicassetta nel registratore e preme un tasto. Attacco di bassi in sottofondo, chitarra e batteria, un vortice che diventa uragano. Mi colpisce allo stomaco la voce acuta di Dolores O’Riordan, che singhiozza e urla: “In your head! In your head!”
“È la stessa vecchia storia fin dal 1916.
Nella tua testa, nella tua testa, ancora combattono,
coi loro carri armati e le loro bombe,
le bombe e i fucili.
È nella tua testa che muoiono, Zombie!”
Ho il diaframma contratto, rivedo tutto in moviola, ferite profonde mai guarite. Mi assento dall’aula per ricompormi. La canzone ha innescato qualcosa e ho paura di esplodere. Le parole di Dolores sono state un colpo basso per noi del Nord. Ho sentito voci piene di rabbia verso la cantautrice. Dalla casa piena di ritratti di Queen Elizabeth, una vecchia gridava con la bocca sdentata: “Dicci, Dolores, dove andate voi ragazze ipocrite ad abortire? Non nell’Irlanda papista, governata da preti pedofili”.
Tutto precipitò dopo la strage di Bloody Sunday a Derry, quando l’esercito inglese uccise 14 cattolici inermi che chiedevano solo il rispetto dei propri diritti civili. Quella domenica di gennaio del 1972 tornai a casa dei miei e crollai nel divano del soggiorno, sconvolto dal carnaio che avevo visto nel Bogside. Mio padre stava incollato alla radio per la conta dei morti. Bloody Sunday radicalizzò per trent’anni i cattolici del Nord, spostando le rivendicazioni dai diritti civili all’indipendenza dall’Inghilterra, obiettivo realizzabile solo buttando a mare i protestanti. Ecco come si ragionava allora. I protestanti pensavano di poter continuare a opprimere i papisti che non riuscivano a uccidere. Noi cattolici eravamo i negri d’Irlanda, dovevamo subire in silenzio o essere linciati. La barbarie entrava in noi ad ogni nuovo attentato, quando leggevamo il giornale con trepidazione, quando nei pub scendeva il silenzio durante il notiziario TV. Ad ogni colpo inferto ai soldati inglesi, salivano grugniti di soddisfazione. A noi uomini veniva restituito il senso dell’onore, il rispetto di sé.
Quand’è che mi sono svegliato dall’ubriacatura patriottica? A tutti dico che è stato dopo le prime vittime civili dell’IRA Provos, ma i Troubles mi avevano già tolto l’anima quando diventò pericoloso fare concerti nel Nord. Allora mi sono trasferito al Sud, nella libera repubblica d’Irlanda. Ero diventato paranoico a Belfast, ero una faccia conosciuta, i manifesti della nostra band erano ancora attaccati ai muri come una denuncia: musica celtica equivaleva a cattolici repubblicani. Non passavo inosservato per strada, ero alto, inconfondibile, con la mia chierica e la barba folta. Mi sentivo nel mirino delle gang protestanti. Dublino invece era la vita normale, la sicurezza. Potevi andare dappertutto senza essere fermato, perquisito, senza checkpoint, torrette di guardia e filo spinato, senza guardarti le spalle. Potevi fare le ore piccole a suonare pifferi e flauti nei pub senza coprifuoco, potevi passeggiare di notte per la città senza altro rischio che incontrare qualche ubriaco.
Mio cugino Dara era rimasto al Nord. Si era laureato in letteratura inglese, aveva messo su famiglia, e si guadagnava da vivere insegnando in una scuola di Armagh, a sud di Belfast. Il suo nome in gaelico vuol dire “quercia”, ed è anche il nome di un santo. Dara il santo era rimasto a lottare insieme al movimento di People’s Democracy, di cui facevamo parte dai tempi dell’università. Il gruppo era nato alla Queen’s University di Belfast ispirandosi alle proteste non violente di Martin Luther King, ma l’eccidio del Bloody Sunday lo rese marginale rispetto al rinascente terrorismo dell’IRA.
Dara era basso e tarchiato, con una folta chioma rossa. Era un elfo ciarliero. Sua moglie Morrigan era il tipo campagnolo che rimane subito incinta, più alta di lui, coi capelli biondo rame, le ciglia trasparenti, la faccia lentigginosa. Quando Dara me la presentò, le chiesi: “Perché ti hanno dato questo nome?” Lei rispose con una risata. I suoi genitori credevano fosse il nome di una dea.
Morrigan era l’antica dea celtica della guerra, che si trasformava in corvo e divorava i cadaveri nei campi di battaglia. La moglie di Dara era orgogliosa di quel nome guerriero, tutto l’opposto del suo temperamento. Si era diplomata come assistente sociale. Non lavorava da quando era rimasta incinta, ma diceva che non si sarebbe chiusa in casa a fare la madre e la mogliettina.
Dara aveva creato una sede distaccata di People’s Democracy ad Armagh già dal 1972, e Morrigan aveva avuto l’idea di una “radio ribelle” che trasmettesse dall’interno del ghetto cattolico, in periferia, dove i due sposini si erano di proposito trasferiti, rinunciando a una casa migliore in città. Dara scriveva gli editoriali, Morrigan i notiziari. Con una trasmittente di fortuna, sceglievano una sera della settimana a caso e trasmettevano i loro testi, conditi di ballate celtiche. La sera prescelta veniva comunicata agli abitanti del ghetto per passa-parola, e nessuno finora li aveva traditi. Si spostavano con la radio ogni settimana in una casa diversa, per non essere individuati dall’esercito inglese. Ci voleva un bel “radicamento nel territorio” perché gli abitanti del ghetto rischiassero la galera per ospitarli. Nessun altro al Nord aveva avuto un’idea simile, era diventato “l’esperimento” di Armagh. Un esperimento pericoloso, quando le pacifiche marce di protesta furono attaccate da gang protestanti armate e il conflitto sfociò in aperta guerra civile.
I primi a uccidere erano stati i protestanti, e poi l’esercito inglese. L’indignazione fra i cattolici era tanta, e quando non c’è giustizia, c’è la deriva dell’odio omicida. Negli articoli che leggeva alla Radio Ribelle, Morrigan sosteneva ancora la linea della protesta non-violenta, ma erano appelli sempre più deboli. La gente non li ascoltava più.
Non tornavo spesso al Nord a trovare i miei, mi facevano troppe domande. Andavo da Dara e Morrigan. Il neonato, Sean, era robusto e paffuto come la madre. I due sposi erano entusiasti di vedermi, come se si sentissero isolati nel ghetto. Una volta Dara, rimasto solo con me, mi aveva espresso le sue paure: forse aveva sbagliato a portare la moglie e il figlio ad Armagh. Con lo scoppio delle violenze settarie, la piccola città, vicina al confine col Sud, era diventata un covo dell’IRA Provos. C’erano imboscate di cecchini, auto-bombe in centro, e agguati nei viottoli di campagna. Ad ogni attentato, l’esercito inglese invadeva il ghetto cattolico nel cuore della notte, picchiava alle porte col calcio dei mitra, costringeva tutti a uscire per strada in pigiama.
Dara era geloso della moglie. La sua espansività e bonomia avevano conquistato Morrigan, ma temeva che queste qualità l’avrebbero stancata. Un buon uomo annoia le donne. Un avventuriero, un poco-di-buono le affascina. “Lo sai com’è lei. Si fa prendere da travolgenti passioni del momento, senza darsi molto tempo per riflettere”. Sì, era il temperamento impulsivo di Morrigan che aveva sorpreso e fatto innamorare Dara. Ma lei stravedeva per lui. Che cosa tormentava mio cugino?
Per noi maschi cattolici le donne inglesi erano puttane, perché potevano divorziare, abortire, e risposarsi. Le nostre donne dovevano mantenere la tradizione casa-chiesa e partorire. Le ragazze che arrivavano agli studi superiori sviluppavano nevrosi, in un ambiente così gretto. Morrigan era una di loro. Dara e Morrigan erano gli unici diplomati/laureati in un ghetto sottoproletario, pieno di madri col marito morto, in galera o disoccupato, perché i pochi posti di lavoro erano esclusivo privilegio dei protestanti.
Quando Dara capì che la loro posizione non-violenta irritava i vicini di casa, chiese a Morrigan di terminare l’esperimento Radio Ribelle. Morrigan si infuriò: “Ma come! Senza la Radio rimarranno chiusi nei loro pregiudizi!” “Non far mai trasparire che pensi questo di loro!” le gridò allarmato Dara. Dalla culla, Sean cominciò a piangere, e il litigio ebbe termine.
Ci vollero trent’anni di carneficine per capire che la lotta armata era un vicolo cieco, che l’Inghilterra voleva disfarsi della piccola colonia, costosa in spese militari e soldati uccisi, e che il crollo dell’industria navale di Belfast aveva reso tutti più poveri. La violenza settaria era il sistema centenario con cui la minoranza protestante si manteneva al potere. La Radio di Morrigan voleva aprire gli occhi ai cattolici esaltati dal mito del “Thompson gun”, il mitra celebrato nelle canzoni repubblicane. La fine della Radio era la fine della strategia non-violenta di Gandhi, che pure aveva sconfitto l’esercito inglese in India.
Morrigan si sentiva in trappola. Avevano una sola utilitaria, con cui il marito andava al lavoro. Senza più un progetto su cui emozionarsi e riempire le giornate sola in casa, Morrigan decise di uscire più spesso, andando a piedi nel centro città, col figlio in carrozzina. Le sue improvvise e frequenti uscite non passarono inosservate alle madri del ghetto, che la sera riportavano la notizia ai figli, cioè all’IRA Provos. Immagino le discussioni che aveva suscitato.
“Morrigan ha chiuso la Radio perché non vuole appoggiare la lotta armata”. “Ora se ne va in città quasi ogni giorno, intralciando i piani della guerriglia”. “Lo sapevi tu che la dea Morrigan era insaziabile e seduceva i soldati nemici?” “Non lo faceva per poi sconfiggerli in battaglia?”
I Provos la tennero d’occhio. I soldati inglesi la tenevano d’occhio già da un po’. Pensavano fosse lei la bella e focosa voce di Radio Ribelle. In questo clima di sospetto, un soldato inglese che pattugliava il centro città la vide più volte seduta ad un caffè all’aperto dove nessuno osava più sedersi. Ai militari e ai protestanti dei quartieri alti Morrigan pareva una staffetta dell’IRA in perlustrazione, con una bomba nascosta nella carrozzina. Ma il soldato, passandole vicino, aveva visto il piccolo Sean agitare le manine. Quale donna porterebbe il suo neonato sul luogo di un attentato?
Il giovane militare, appena arrivato da Bristol, ancora ignaro delle nostre dinamiche tribali, era così preoccupato per lei che un mattino le si avvicinò e le disse: “Perché viene a sedersi qui, sotto il tiro dei protestanti? Si allontani subito, la prego”. Morrigan alzò la testa per guardarlo in faccia e vide un ragazzo sbarbato, con gli occhi innocenti, e pensò: questo non ha ancora ucciso. Ebbe pietà di lui: “A nessuno importa più di chi vive e chi muore, qui, non lo sai?”
Il militare sussurrò: “Salvi suo figlio”. Morrigan sapeva che era pericoloso farsi vedere a chiacchierare con un soldato, ma trovò così ingiusta e disumana tutta la situazione che si ribellò all’idea saggia di andarsene. Gli rispose: “Mio figlio crescerà in mezzo all’odio omicida, e io non potrò fare nulla per salvarlo. Così sfido ogni giorno i violenti”. Sentendosi rincuorata per aver parlato a un nemico come all’essere umano che era, si alzò, rigirò la carrozzina e se ne andò.
Due giorni dopo Dara fu avvicinato a scuola da Brian, un ragazzino del ghetto che li aveva ospitati per la radio. Dara tornò subito a casa. Morrigan lo vide entrare trafelato, gli occhi dilatati dalla paura. “Brian mi ha riferito che i Provos ti sospettano di tradimento. Ti hanno visto parlare con un soldato inglese”. “E allora?” fece Morrigan allargando le mani indignata.
“Le donne del ghetto pensano che te la fai con lui, che sei una stupida adultera”. “E tu credi alle calunnie?” “No, non credo a quelle bigotte”. Morrigan sorrise e lo abbracciò. Dara la strinse a sé, poi angosciato si distaccò. “Però sei stata irresponsabile! Brian mi ha detto: Ricorda la fine che ha fatto quella ragazza di Derry”.
“Vuoi dire che per aver scambiato due parole al bar, mi uccideranno? A questo punto siamo arrivati?”
“No. Ma tra le donne gira la voce che potrebbero umiliarti davanti a tutti, qui nel ghetto”.
La ragazza di Derry, quattro anni prima, era stata legata a un lampione da un gruppo di ottanta donne. Le avevano rasato la testa, l’avevano incatramata da capo a piedi e poi l’avevano ricoperta di piume d’oca gridando: “Soldier lover! Soldier Lover!” Il catrame, se è troppo caldo, ustiona la pelle della testa, e quando si cerca di toglierlo, dopo che si è indurito, strappa via anche la pelle. Morrigan ricordava di aver letto la notizia. Era un vecchio costume barbaro, riservato a chi frequentava soldati inglesi. Spaventata, guardò le mura strette della loro casa, come se potessero proteggerla. Era meglio essere arrestata dagli inglesi, o finire ammazzata. Quanto avrebbero aspettato prima di “svergognarla”? Come avrebbe potuto dormire la notte? Era chiaro che doveva sparire. Subito. Se Dara era stato avvisato, non c’era tempo da perdere. “Diremo che sei andata a trovare i tuoi per qualche giorno”. “E mio figlio?” chiese Morrigan disperata.
Li vidi arrivare col bambino un sabato sotto casa mia, a Dublino. Dara mi spiegò l’accaduto e mi chiese di mettere Morrigan sul primo volo per Londra. Lui ripartì subito per il Nord, per portare suo figlio dai nonni materni. Morrigan era inconsolabile. Quando ebbe pianto tutte le sue lacrime, qualcosa in lei si indurì. Mi disse, come per convincersi, che sarebbe certo stata meglio in Inghilterra, avrebbe trovato facilmente un lavoro. Poi immaginava la solitudine e la freddezza degli inglesi, e si stringeva la bella chioma fra le mani.
“Non durerà per sempre, Morrigan”.
“E intanto io devo fuggire, non dagli inglesi o dai protestanti, ma dalla follia della mia stessa gente! Questa fuga non farà che confermare i loro pregiudizi”.
Sì, la sua sparizione avrebbe insospettito ancora di più i Provos. Solo una spia fugge. Decidemmo che ogni comunicazione tra lei e Dara doveva passare attraverso di me, perché nessuno la rintracciasse. Né io né Dara avevamo un telefono in casa negli anni Settanta. Morrigan doveva limitarsi a qualche rara lettera che avrebbe spedito da un’anonima casella postale, senza farci sapere dove lavorava e alloggiava. Quando la portai all’aeroporto il lunedì mattina, mi disse che non avrebbe più messo piede nel paese che vietava la pubblicazione delle opere di Joyce.
Dara rimase per qualche mese nel ghetto che aveva condannato sua moglie, facendo credere a tutti che lei fosse andata al Sud, dopo essersi separati per incompatibilità. Terminato l’anno scolastico, chiese il trasferimento ad una scuola più vicina ai nonni e, per non mettere a rischio la vita del figlio e della moglie, aspettò all’infinito di riunirsi con lei.
Morrigan gli scriveva lettere piene di nostalgia del piccolo Sean, e atroce nostalgia dell’Irlanda, che appariva nei suoi sogni a tormentarla. Ricordava a Dara la loro vacanza sulla costa di Antrim, appena sposati. Erano andati a vedere la Strada del Gigante, migliaia di colonne di basalto a picco sul mare. Era la breve luna di miele che si erano potuti permettere. Portavo le sue lettere chiuse a Dara, al Nord. Lui le apriva subito, e mi leggeva qualche passaggio, sforzandosi di non piangere.
Dopo tre anni, Morrigan non resistette più al desiderio di rivedere il figlio e chiese un incontro. Dara non poteva andare in Inghilterra, l’avrebbero pedinato fino a lei. La moglie propose di incontrarsi a casa mia a Dublino, ma per precauzione non comunicò per iscritto la data del volo. Con una frase sibillina fece indovinare a Dara il weekend, quello della loro vacanza ad Antrim.
Dara non si era mai mosso dal Nord in quei tre anni, e pensava ormai che una visita a Dublino non fosse rischiosa. Arrivò il venerdì sera con Sean, e passammo il weekend in casa ad aspettare. Avevo fatto scorta di cibo per evitare di uscire. Aspettammo fino alla domenica sera. Prima di ripartire per il Nord, Dara scrisse una lettera alla moglie, chiedendole se avesse male interpretato la data dell’incontro. Spedii subito la lettera, e cominciò l’orribile attesa.
Passò un mese, e Dara mi scrisse che aveva saputo di altre sparizioni sospette di cattolici del Nord. Aveva rintracciato un paio di famiglie e con discrezione aveva chiesto perché non denunciavano la scomparsa del loro caro. Nessuno osava farlo. Una denuncia di scomparsa alle autorità inglesi equivaleva a un tradimento. Dara cadde in depressione, e cominciò a bere. Non fece mai trapelare ai genitori di lei che Morrigan era scomparsa, che non rispondeva alle sue lettere, e che quasi sicuramente era morta. Torturata e uccisa e sepolta chissà dove. Dove non l’avrebbe mai trovata. I parenti e il figlio vedevano solo la sua infelicità e la lenta degradazione fisica. Io ero convinto che gli assassini avessero seguito Dara fino a Dublino, e che l’agguato a Morrigan fosse avvenuto sotto casa mia. Non me ne davo pace. Non cedetti alla tentazione di stordirmi con l’alcool, soffocai il dolore col cinismo e la rabbia. Ora odiavo anch’io.
Nel 1998 fu firmato a Belfast l’accordo del Venerdì Santo che doveva porre fine alla guerra civile nel Nord. Il figlio di Dara, ormai venticinquenne, mi scrisse di aver avuto una soffiata da fonte anonima sul luogo di sepoltura di sua madre. Qualcuno, temendo di finire nelle fiamme dell’inferno, si era confessato con un prete. Dara, sconvolto dalla notizia, si ubriacò tanto che fu ricoverato in ospedale per coma etilico.
Sean venne a Dublino a denunciare la scomparsa di sua madre e a chiedere indagini sul luogo, in Irlanda del Sud, in cui pareva esser stata sepolta. Era una casa contadina vicina al confine Nord, un rudere ormai, che era servita come “casa sicura” per interrogare le presunte spie. Le ruspe delle Gardai ci misero qualche giorno a riesumarla. L’avevano sepolta dietro la casa, sotto un roseto spinoso. Espletate le pratiche di riconoscimento e di trasporto della salma al Nord, partii con Sean, un ragazzone alto come la madre, la chioma fulva del padre, il volto impietrito dal dolore. Mentre la salma prendeva la via dell’obitorio di Belfast, andammo all’ospedale a trovare Dara.
Dara il santo non si risvegliò dal coma. Era andato a cercare Morrigan da solo, nelle nebbie delle torbiere, nella casa dei morti. Gli assassini non furono mai trovati.


molto bello
Bellissimo, l’ho letto tutto d’un fiato. grazie!
Un racconto esemplare per scrittura e per tema. Durissimo, tragico, come spesso è la realtà. Da rileggere attentamente per evidenziarne dettagli e aspetti significativi, intrecciati alle parole, ai nomi. Una storia quasi dimenticata in tempi che illuminano fronti angosciosi di guerra, catturando la nostra disperata attenzione e distraendoci dal passato, o da altri fronti di dolore. Una storia che, se non insegna, dovrebbe metterci in guardia su quanto facile e terribile sia sempre stata e continui ad essere l’intolleranza nella nostra umana perseverante vocazione a rendere la finitezza a cui siamo condannati, un dramma senza scampo.
🧡
Bellissimo e struggente