Leggo sempre con una matita in mano: lascio un segno, un simbolo grafico, una nota. È così che Quando le cose si rompono. Milo, il kintsugi e il senso della vita, diario intimo di Costanza Rizzacasa d’Orsogna, si è riempito di cose mie, rotte e non. Credo sia questo – tra gli altri – il segno più marcato che questo libro ha lasciato a me: racconta il dolore dell’autrice per la morte del suo gatto/figlio Milo e dei suoi cari, ne ripercorre le vicende con l’intento di trovare un senso al tormento spesso insostenibile del vivere, cerca una via, prova a ricomporre, aggiustare, rimettere insieme i pezzi e intanto applica l’antica arte giapponese che fa risplendere di nuova luce dorata le cicatrici di scrittore e lettore, accomunati dalla pagina.
Seguo dunque le mie tracce (non a caso, Tracce è il nome della collana, ed. Solferino).
Il dolore è dappertutto (p. 7): è ovunque, è un pelo, è un passo che pare di sentire, un’ombra che sembra passare. I peli di Dog mi erano rimasti in mano il giorno in cui ho dovuto porre termine alla sua vita; li avevo riposti in una bustina infilata nel portafoglio, insieme con una lettera che avevo scritto a mio papà, dopo che anche lui era morto. Mi hanno rubato il portafoglio sul filobus, a Milano. I peli di Pedro sono invece ancora ovunque attorno a noi: auto, casa, oggetti e si mischiano con quelli del Giatt che usa le sue cose ed è il nostro oro cicatrizzante. Giatt non è Pedro: noto ogni istante le differenze tra loro, non c’è un meglio o un peggio, solo una differenza; mai ho pensato di poterlo sostituire. E non mi esprimo su chi – ci racconta Costanza – spende cifre iperboliche per realizzare insensate storture (clonazioni); piuttosto mi adopero per aiutare cani o gatti o altri animali in difficoltà.
Non dobbiamo vergognarci di piangere per i nostri animali (p. 11): ha pianto papà quando mi ha visto tornare senza Dog; ho urlato e pianto io, quando ho dovuto porre termine anche alla vita di Pedro e piango ancora oggi, e mi manca da straziarmi, da straziarci. Non mi vergogno, anzi! Ne faccio una bandiera, un distintivo. E riconosco il panico improvviso che acchiappa nei momenti più impensati, il desiderio di morire per essere con lui, con loro.
Non avevo mai urlato così (p. 47): neppure io. E continuo a urlare, anche solo con le lacrime, ogni volta che i ricordi si affollano. Il dolore segna il tempo e allo stesso tempo lo disfa. Quando cresce, avvolge, riporta indietro, annebbia la vista e la mente. La disperazione non trova conforto in nulla, né fede (per quella cristiana poi, gli animali neppure hanno un’anima…) né leggende di ponti colorati. E il tempo non trascorso insieme è un rimorso corrosivo; ma istruttivo.
Siamo recipienti e possiamo romperci. L’hai rotto!, mi rimproverava spesso mia madre, commentando azioni mie maldestre e mi è rimasto addosso il senso di colpa per l’irreparabile anche quando non dipende da me. E invece no, non è così e ce lo insegna la filosofia orientale, spiegata attraverso l’esperienza diretta nella seconda parte del libro: istruttiva e coinvolgente insieme.
La morte dei nostri cari, animali e umani, e il lutto che segue e non conosce misure, dirimono: segnano il prima e il dopo, indicano chi e cosa, svelano. E inducono. Alla scrittura ad esempio; a me è capitato così: scrivere è un’ancora e lo diventa ogni volta che scrivo. Lo stratagemma è lo stesso del fratello di Costanza, figura bellissima di tutta la vicenda: parlo con i miei cari anche se non sono più con me e mi rispondo per loro (p. 95).
Posso dire che la scrittura è il mio kintsugi, ricamo dorato; come le rughe, uniche e irripetibili.
Ricordare fa male e fa male scriverne, e sì: finire di scrivere può voler dire uccidere di nuovo (p. 41) ma si può sempre scrivere ancora, in forme nuove. Non mancheranno le parole.
Non posso evitare di dire che a questa stessa pagina 41 appena citata, Costanza, mamma di Milo, scrittrice e tanto altro, oltre a «una che scrive di gatti» (sapesse che onore è, in realtà, colui che ha detto ciò) cita proprio me, una che scrive di cani. Evviva!

La copertina del libro
