Un’idea di manifestazione

Fine settembre, primi giorni d’autunno. Fino a ieri massime prossime ai trenta gradi, stamattina invece è fresco, quasi freddo, e piove senza tregua.
Alcuni sindacati e partiti hanno indetto una manifestazione in città ma la nostra è una piccola città dove le manifestazioni sono cose piccole, dove tutti ci si conosce, almeno di vista, dove non rimbombano mille tamburi. Al massimo qualche vuvuzela. Alcune bandiere made in China o Vietnam che costano poco e uno striscione confezionato con lenzuola da buttare. Questo è il tedio e lo charme della provincia, niente fretta e niente chiasso, nemmeno in piazza. Una provincia compassata.
Cade fitta la pioggia a gocce sottili, che pungono come stiletti. Organizzare il raduno davanti alla stazione ferroviaria alle sette e mezza di mattina permette di intercettare facilmente molti studenti delle scuole superiori che arrivano in città con il treno o l’autobus. Si può sperare anche che alcuni docenti pendolari decidano all’ultimo momento di unirsi ai manifestanti. E il gioco ha successo, in meno di mezz’ora un migliaio di persone, per lo più studenti, sono accalcati nei giardinetti verso viale Trieste.
Prima che il corteo parta, un organizzatore, con tono militaresco, richiama i motivi della protesta e invita alla vigilanza: ignorare eventuali provocazioni e impedire ogni violenza. Nessuno lo ascolta.
Perché-perché-perché, canticchia con una melodia irriconoscibile uno alto dalla faccia addormentata. Le ragioni della manifestazione sono chiare: bisogna protestare contro il comportamento di Israele a Gaza e imporre l’interruzione di qualsiasi relazione tra il nostro paese e il paese ebraico. Pochi, probabilmente, fanno la differenza tra un paese e il suo governo e capiscono che si può amare il primo e combattere – e perfino disprezzare – il secondo, proprio per preservarne la dignità e la cultura israeliana.
Si è discusso, molto confusamente a dire il vero, se sia corretto affermare che l’occupazione di Gaza da parte dell’esercito israeliano sia degenerata nel genocidio dei palestinesi. Grande è la confusione sotto il cielo di internet e dei social. Il termine “genocidio” viene utilizzato per stigmatizzare le colpe di chi – gli ebrei – lo subirono durante la Seconda guerra mondiale ma alcuni storcono il naso perché non tutti gli ebrei sono israeliani e non tutti gli israeliani sono ebrei. Molti preferiscono usare sinonimi, non meno crudi, quali eccidio, sterminio, carneficina, massacro, ecatombe, strage, macello, scempio… La lingua italiana è ricca di crudeltà e i contenziosi tra diverse sfumature lessicali degenerano spesso in litigi selvaggi.
Il clima è stato avvelenato anche da feroci discussioni sul fatto che nessuna manifestazione sia stata indetta per protestare contro altre guerre, come quelle in Sudan o in Siria che sono state addirittura più cruente e sanguinose di quella contro Hamas. Secondo alcuni, che potrebbero avere ragione, noi occidentali ci accaniamo contro Israele per vari motivi. Per esempio, alcuni danno per scontato che Israele sia uno stato liberaldemocratico, come quello in cui viviamo, e che quindi debba rispettare quella cosa che noi chiamiamo diritti umani. In altri termini non deve usare la violenza in modo sconsiderato, cosa che invece si potrebbe perdonare a uno stato illiberale come una delle tante dittature che punteggiano le cartine geografiche. Secondo altri, invece, Israele non è che uno stato coloniale e razzista, una testa di ponte occidentale in Asia minore rivolta a sfruttarne le risorse, sottomettendo la popolazione locale. Conseguentemente, Israele dovrebbe essere eliminato e la popolazione di religione ebraica dovrebbe essere rimpatriata in Europa, un po’ come successe dopo l’indipendenza dell’Algeria nel 1962. Alcuni, poi, osteggiano Israele solo perché sono visceralmente antiamericani e gli Stati Uniti sono il principale alleato israeliano. Altri ancora, sono antisraeliani semplicemente perché sono antisemiti, antica malattia ancora radicata in tutti i continenti, con l’eccezione (forse) dell’Antartide.
Naturalmente, non va poi dimenticata l’ossessione europea per Israele dovuta al senso di colpa per le immense sofferenze inflitte per secoli dagli europei ai loro connazionali di religione ebraica.
È chiaro che i gazawi che muoiono sotto le bombe, di sete, di fame o di malattie non curate non si preoccupano affatto delle polemiche su quali siano le parole adatte per descrivere il loro dramma o del perché gli occidentali siano ossessionati da Israele: a loro servirebbe che la guerra terminasse di netto e istantaneamente, e tutti i manifestanti presenti in piazza concordano su questo, tranne forse gli studentelli che sono lì solo per bigiare una scuola che ha riaperto da un paio di settimane ma ha già scocciato; questi forse non sanno nemmeno dove è Gaza.
Il corteo, ideologicamente variegato e confuso, parte con un certo ordine, quasi sorprendentemente, e imbocca il breve viale ottocentesco che porta alla Minerva, dove gira verso nord diretto alla rotonda dei Longobardi, prima della quale scende per via Indipendenza fino a porta Milanese, da dove prende a destra via XI Settembre per continuare poi lungo Strada Nuova. Il tutto mentre la pioggia, più rumorosa dei manifestanti, spegne il ritmo degli slogan trasformandoli in un rombo sordo.
Tutti hanno aperto gli ombrelli che impediscono di avvicinarsi agli altri, con imprecazioni dei manifestanti più bassi che si prendono la pioggia degli ombrelli altrui. Solo gli organizzatori e i membri del servizio d’ordine si riparano dall’acqua con cappucci e cappelli per potersi muovere liberamente.
Parecchi fumogeni rossi colorano l’aria fradicia che precipita sull’asfalto in pozzanghere purpuree, sature di para-nitroanilina, un colorante tossico. Sul tubo del fumogeno ci sono le avvertenze di legge, c’è scritto di maneggiarlo con cura, ci sono i simboli rombici del rischio chimico, quello col teschio e le tibie incrociate e quello con una deflagrazione in seno ad una sagoma umana, che avvertono che: l’inalazione, l’ingestione o l’assorbimento attraverso la pelle della sostanza provocano rischi estremamente gravi, acuti o cronici, e facilmente la morte. Roba da evitare, roba da usare in caso di estrema emergenza come, per esempio, la segnalazione di una barca alla deriva, ma inadatta a una manifestazione.
Agnese, una ragazza bassa ed esile con occhialetti tondi e con le spalle avvolte in una kefiah a scacchi bianco-nera cammina in coda al corteo, con sguardo scontroso. È una dottoranda in chimica-fisica. Inizialmente, ha previsto di seguire il corteo sino alla rotonda del Longobardi per poi sganciarsi e dirigersi in laboratorio ma, come ipnotizzata dal flusso di gente e rumore, continua la marcia. Cammina immusonita, vorrebbe essere altrove, forse a Hebron che è, le ha assicurato Ahmad, un ex collega palestinese, l’unico posto dove ancora si producono le kefiah – tutto il resto è made in China.
Carlo, un cinquantenne dall’aria dimessa, la osserva di lato. Dopo il divorzio non ha più toccato una donna, per prudenza, dice lui. O per paura, pensano altri. Ma le donne le scruta come avrebbe fatto Lombroso: ne studia i volti, per classificarle in funzione del loro sguardo. Quella, per esempio, con gli occhi troppo vicini e infossati gli pare un fossile vivente neandertaliano. Un’altra, che espone tutti i suoi denti e le gengive ad ogni parola, sembra un’asina e quella alla sua sinistra, obesa da far paura e tatuata fin sulla punta del naso, ricade nella categoria peggiore, quella delle cannibali.
Da un po’ comincia a sentirsi vecchio, spossato dai malanni che gli sono caduti addosso come pigne da un abete. Guardando Agnese, alla sua destra, gli sembra poco più che una bambina e pensa che lei sia fortunata a non potersi rimpicciolire abbastanza da percorrergli le vene in un minisommergibile alla ricerca di tutte le frane, gli smottamenti e i lavori in corso.
Sotto la pioggia tutto sembra scuro, soprattutto sotto le chiome dei grandi bagolari dalle foglie pendenti come orecchini verdastri, che si alternano a ippocastani dalle foglie già ingiallite e a tigli, le foglie dei quali di giallo hanno solo il bordo.
A porta Milanese, finalmente, il cielo smette di annaffiare la città e si intravede un timido biancore all’orizzonte orientale, che basta per dare inizio ai voli dei parrocchetti del giardino del castello. Acuti stridii planano sul corteo dei manifestanti quasi che gli uccelletti, curiosi, vogliano partecipare al fracasso generale, sfrecciando come squadriglie di droni verdi a bassa quota. Alcuni riaprono gli ombrelli temendo i loro bombardamenti.
Chissà se c’è anche qualche fascista? Il corteo che pur sembra onestamente di sinistra è in realtà confuso e non è impossibile escludere che qualcuno si sia infiltrato. È un problema ricorrente. Nel secolo scorso partiti e sindacati erano realmente di massa, e non dei meri comitati elettorali come adesso, e potevano permettersi dei servizi d’ordine coi fiocchi. Niente scappava alla loro attenzione e tutto era sempre perfettamente sotto controllo. Oggi no, il servizio d’ordine è ridotto al lumicino, poco più di una decorazione che serve a dissuadere incursioni indesiderate.
Quel tale, per esempio, con la coppola nera, la pipa in bocca e la coda di cavallo grigia. Sembra una maschera di Dalì per carnevale. Sta davanti a Carlo e Agnese, con un ombrello vermiglio e scarpe di vernice inzaccherate. Carlo non lo guarda, lui scruta solo volti femminili e per di più questo è di spalle. Agnese guarda nel vuoto, forse pensa al suo ex-collega, ad Ahmad. Dalì sembra una cartolina con la dicitura reazionario.
E poi quella tipa, dietro di loro, che ha lo sguardo puntato su Carlo, sembra attratta dalle sue scapole come se supplicasse misericordia e perdono di fronte a un crocefisso. Sulla cinquantina, vestita come una ventenne, jeans strappati sulle ginocchia, felpa e cappuccio, sembra infelice, come se fosse lei la vittima dei massacri di Gaza. Sulla felpa ha uno slogan intramontabile: Nulli tacuisse nocet; e infatti lei tace.
Durante il percorso, il numero di manifestanti è aumentato, ora sono, a occhio, quasi duemila, un numero importante per una città piccola e indolente. Con la fine della pioggia e del suo tamburellare, gli slogan vengono scanditi con maggior precisione e tutti o quasi tengono il ritmo. Il tutto rimbomba in una via tutto sommato piuttosto stretta. Sembra un discobar dove nessuno beve anche se tutti sembrano leggermente ebbri e frastornati. All’incrocio con viale Matteotti sono apparse anche le bandiere arcobaleno delle associazioni LGBT+ che, secondo alcuni, stonano dato che è proprio a Gaza che l’omosessualità è punita severamente. Sono apparsi, non si sa da dove, anche tre trombettisti in stile Bregović che presto contagiano il corteo. La bandiera palestinese è esposta ad alcune finestre e pende da qualche balcone. Più giù, all’altezza del Demetrio, s’odono squillare pentole o coperchi nelle mani di studenti concitati, che fanno rimbombare il loro dissenso tra i portici e le vetrine, mentre qualche passante si ferma incuriosito e altri si allontanano infastiditi dal frastuono. Il suono metallico si mescola alle grida e agli slogan, amplificando l’energia collettiva che anima il corteo.

Cortile dell’Università degli studi di Pavia

Tutto sembra procedere regolarmente, come un Gay Pride, quando dall’ingresso dell’università in Strada Nuova sbuca un manipolo di incappucciati che si infila al centro del corteo. Sono almeno venti giovani ragazzi, tutti maschi, alcuni forse minorenni. Li chiamano maranza, giovani spesso di origine nordafricana, molesti quando stanno in gruppo, sempre gradassi e dal look appariscente e trap. Sono anticristi in tute griffate contraffatte. Puntano alle bandiere arcobaleno.
Il servizio d’ordine sussulta ma non reagisce, in fondo è solo un deterrente quasi impotente. La polizia che apre a chiude il corteo non si accorge di niente o pensa ad altro. Nella pancia del corteo nessuno è in grado di controllare la situazione. Gli alieni si impadroniscono delle aste delle bandiere arcobaleno con l’intento di umiliare gli alfieri, minacciandoli di infilargliele negli orifizi dai quali l’intestino umano espelle gli scarti della vita. Volano botte e bastonate, calci e pugni, sprangate e legnate, volano sputi e morsi, vola di tutto, molti sono a terra, doloranti e increduli. Le trombe di Bregović tacciono, le pentole e i coperchi scappano, gli slogan rimangono in bocca con tutto il fiato che serve a darsela a gambe. La violenza ammutolisce persino i parrocchetti che volano via.
Carlo e Agnese, in coda al corteo, non capiscono cosa succede, se non per il silenzio improvviso che ha spento grida e suoni. Pochi secondi dopo vedono correre verso di loro della gente. Carlo vede solo nasi aguzzi e occhi stregati, Agnese anche il resto e si volta per correre anche lei verso il Castello mentre Carlo, urtato, casca a terra. È tutto un correre e calpestarsi, è tutta un’orda barbara in corsa, un selvaggio istinto di sopravvivenza. Panico assoluto. Ognuno fugge verso la propria via di scampo. Il corteo, corpo sociale compatto pur se confuso, sublima in particelle gassose che invadono il volume disponibile.
Pochi minuti dopo è finito tutto. I maranza, rientrati nei cortili dell’università si disperdono facilmente facendo perdere le loro tracce, al suolo rimangono decine di corpi che piangono a bassa voce e qualche sagoma disumana e immobile. Il cielo schiarisce e la polizia presta i primi soccorsi.

1 commento su “Un’idea di manifestazione”

  1. Molto raffinato nella forma r sconsolato nella sostanza.I giovani da sempre sì fanno manovrare, convinti Invece di essere liberi.

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