Chris e Lee sono due tipacci. Veterani della Cia, hanno ammazzato gente, destabilizzato regimi, partecipato alle trame più oscure della politica americana. Magari sparando con un hot dog in mano.
Se Lee ha ucciso una decina di persone, il curriculum di Chris supera le sessanta. Potrebbe finire qui, potrebbero essere solo personaggi da condannare senza appello e di cui non vale la pena occuparsi. Invece Martin McDonagh è riuscito a trasformare i due agenti in due personaggi capaci di rivelare, sotto la scorza feroce, una sorprendente complessità che si snoda fluida in due ore di film.
Perché il male non è tutto uguale, perché anche i peggiori hanno un cuore e si confrontano con le loro fragilità. Perché puoi avere sulla coscienza sessanta omicidi ma intenerirti alla vista di un cavallo selvaggio. O di una falena che brucia alla luce di una lampada.
Arrivato a fine carriera, anziano, malato terminale, Chris è alle prese coi suoi fantasmi. I ricordi e i sensi di colpa si inseguono confusi, anche perché per alleviare i dolori usa la morfina.
Vuole scrivere le sue memorie e registra i ricordi su un dittafono, annotandoli anche su foglietti volanti. Ha paura che la malattia gli sottragga lucidità e memoria.
Da fidato agente agli ordini della Cia si è trasformato in una scheggia impazzita. Potrebbe essere pericoloso: sa molto, sa troppo. Ecco perché il grande capo propone a lui e a Lee di lasciare Santiago, dove erano in missione per rovesciare il governo Allende, e andarsene all’isola di Pasqua per una breve vacanza.
È a Rapa Nui che il rapporto fra i due si rivela in tutta la sua ambiguità: un’amicizia di lunga data, sospesa fra lealtà, affetto e diffidenza.
Perché gente come loro non può mai fidarsi completamente di nessuno.
I dialoghi fra Chris e Lee sono surreali e paradossali, cinici e intrisi di humor nero. È facile pensare subito a Quentin Tarantino, ma se nei film del regista di Pulp Fiction le conversazioni sono logorroiche e estenuanti, in Wild Horse Nine tutto si risolve in battute fulminanti, scambiate con eccezionale bravura da due attori affiatati e in stato di grazia.
Ed è così che la durezza sfuma nella tenerezza. La crudeltà diventa tristezza.
Chris ricorda e rievoca, di fronte a un imbarazzato Lee le trame intorno all’omicidio di J. F. Kennedy, le porcherie nell’Africa post coloniale, lo sbarco alla Baia dei Porci. Chris sa cosa succederà a Santiago di lì a breve e quando incontra due giovani cilene ribelli, non potrà fare altro che metterle in guardia sui rischi che corrono se torneranno in Cile. Non lo fa tanto per riscattarsi quanto per poter urlare che il re è nudo: dire la verità, senza orpelli, senza strategie, senza un doppio fine è forse la sua ultima forma di libertà.
McDonagh ama rinchiudere i suoi protagonisti in luoghi isolati dove è inevitabile arrivare alla radice delle emozioni: cosa di meglio dell’isola di Pasqua, con i suoi Moai che è il luogo abitato più remoto di tutta la Terra? E i giganti di pietra saranno i muti testimoni della tragedia.
Wild horse nine
Scritto e diretto da Martin McDonagh
Con John Malkovich, Sam Rockwell, Mariana di Girolamo, Ailín Salas
Nelle sale dal 5 novembre
