Mi è sfuggita una bolletta. Capita, quando si ha la residenza da una parte e l’abituale domicilio dall’altra. Un po’ è la distrazione, un po’ l’aiuto che ti assicura il servizio “Seguimi” di Regie Poste italiane (sarebbe più opportuno chiamarlo “Seguimi, io vedo di andare lentissimo e nel caso ti aspetto”).
In ogni caso, nessun problema: l’importo viene segnalato ad Agenzia delle entrate – Riscossioni e basta andare a pagare allo sportello.
Considero l’orario di lavoro e mi sembra di potercela fare entro un paio d’ore di intervallo, prima del rientro pomeridiano. Ci vogliono 35 minuti per raggiungere il Capoluogo e se il traffico non mi è particolarmente ostile potrei anche farcela con normale agio.
Contro ogni previsione infausta, raggiungo la sede dell’ufficio esattamente alle 12.08. ed ho perfino la gratificazione di un parcheggio libero proprio davanti alla porta d’entrata.
Entro. Il locale è deserto: nessun contribuente affolla i quattro sportelli che risultano essi stessi privi di operatori, ad eccezione del numero 4 oltre il quale una signora sta ingozzandosi con una pastasciutta prelevata da un contenitore di plastica.
Con un po’ di inevitabile impaccio, mi avvicino all’impiegata, ma non faccio in tempo a prospettare la mia situazione che vengo fulminato da un:
– Ha fa frenofaziofe?
– Scusi?
Impiega qualche secondo per liberarsi la bocca dall’ingombrante bolo casareccio.
– Dico: “ha la prenotazione?”
Mi guardo d’attorno, caso mai negli ultimi secondi fosse entrata un’orda di debitori fiscali, ma la stanza è rimasta deserta.
– No, veramente no… non sapevo fosse necessario…
– E allora, non possiamo fare niente – conclude con una certa soddisfazione e tirando da sotto il bancone un nuovo contenitore di plastica colmo di nuove leccornie.
– Veramente io ho fatto 35 chilometri per… – tento, non troppo convinto.
– Niente da fare: senza prenotazione non si può far niente. Faccia la prenotazione e poi torni nei prossimi giorni.
– E la prenotazione dove va fatta?
– Sul sito… o anche da lì – dice, indicandomi una colonnina sulla quale è fissata una fotocopia mal in arnese dotata di QR code.
– Ma serve un’app? – domando.
– Fo, fo… infuadri cof telefofino… dice l’impiegata, che ha ormai la bocca piena della seconda portata pic nic.
Ci provo per cinque minuti: da vicino, da lontano, migliorando la messa a fuoco e zumando, ma niente.
Ogni tanto, guardo la signora che imperturbabile si sta scrofanando il cibo e mi invita a provare, provare e tentare ancora.
Nel frattempo, è entrato un tizio più o meno della mia età che si è messo disciplinatamente in attesa del suo turno al maledetto QR code. Provo ancora qualche decina di secondi, poi gli lascio il mio posto.
– Ma no, s’immagini, magari sono più fortunato: dia a me… – dice, gentile e fiducioso.
Gli passo il mio telefono e inizia lui al mio posto ad attivare il programma. Per meglio tentare la manovra, mi passa il suo cellulare e dopo qualche secondo siamo in due a provare la sorte, alternativamente e ognuno con lo smartphone dell’altro.
Cerchiamo la comprensione della donna dalle mille vivande, ma sembra che lei non abbia nessun interesse per un servizio al pubblico che non sta funzionando.
Inaspettatamente, il mio telefono dà segni di vita.
– Oh, guardi, è stato più fortunato lei! – dice il signore gentile. Scambiamo gli apparecchi e vado a far scorrere la schermata del programma, ma di preciso non so cosa devo fare.
– Come funziona la prenotazione? – mi oso chiedere all’“insaziabile matrona” dietro il vetro.
– Scoffa, scoffa fiù… ahem gurp… voglio dire: scorra scorra giù fino in fondo e guardi se c’è un quadratino blu.
Sì, ce n’è ancora uno in corrispondenza delle ore 13 (ora di chiusura dell’ufficio).
– Ha visto? – dice l’impiegata con malcelata neghittosità. – Vuol dire che possiamo ancor evadere delle pratiche.
Sì, non dovrebbe essere impossibile. Mi guardo ancora attorno ed è il solito deserto di pubblico: come faranno a far arrivare l’orario di chiusura è un mistero.
Ora, devo inserire i dati personali: nome, cognome, codice fiscale, casella di posta elettronica.
Ecco, il sistema mi ha mandato un codice sulla e-mail. Ma non riesco ad uscire dal programma per aprire la posta. Se lo faccio, ogni volta la sequenza deve essere riavviata da capo e mi viene inviato un nuovo codice. Dopo il terzo tentativo, chiedo alla raffinatissima dama come risolvere il problema.
– Con il mio riesco a farlo benissimo – è la risposta laconica.
Intanto, dallo sportello al mio fianco mi giunge questo brandello di conversazione:
Sig. Gentilissimo: – Sono arrivato ad inserire tutti i dati ma il sistema si blocca…
Impiegato: – È sicuro? Provi di nuovo.
Sig. Gentilissimo: – Ho riprovato, ma si blocca allo stesso punto.
– Ha messo anche il numero di telefono?
– Certo!
– È sicuro?
– Ne sono certo!
– Allora riprovi senza inserire il telefono, perché alle volte al sistema il telefono non piace. (sic) (!)
Intanto, io sono dieci minuti che mi arrovello su come aprire la Mail senza uscire dal programma “riscossioni”.
Sono le 12.42.
Magari, si apre la porta e entra un debitore esperto sulla materia.
In fondo, è la mia giornata fortunata (traffico + parcheggio + signore cortesissimo).
Invece…
– Venga! – dice una voce burbera, ostile, francamente scocciata.
È quella dell’impiegata, ormai transitata dalla frutta, dal caffè e dall’ammazzacaffè.
Mi avvicino con circospezione allo sportello. Mi fa esibire un codice fiscale e alza un telefono interno:
– Gianni, mi tieni libero un numero di prenotazione…? – dice a qualcuno, dall’altra parte della linea.
Schiaccia quattro tasti e mi dà la ricevuta, mentre io le passo i 124,56 euro della bolletta.
Tempo per l’esecuzione dell’operazione: 23 secondi, a largheggiare.
Naturalmente, tutto solo su prenotazione. La cortesia te la devi portare da casa, perché non è compresa nel sistema.

Foto di wir_sind_klein da Pixabay
Burocrazia Cortesia Faidate elettronici
