Siamo nella metà del 1600 e in Umbria il convento di Scheggino è ammorbato dalla peste. I monaci vengono brutalmente uccisi dai monatti che mettono tutto a ferro e fuoco. Ma il Frate Leopoldo da Casamacchia riesce a scampare alla morte e caricandosi sulle spalle il priore malato (uno splendido cameo di Paolo Rossi) trova riparo nei boschi. Il priore muore e il fraticello distrutto dal dolore finisce per rifugiarsi in Toscana.
Il regista pratese Giovanni Veronesi abbandona i suoi classici schemi e, ispirandosi liberamente a fatti realmente accaduti, racconta la storia di un povero frate analfabeta che però ha nel cuore e nella parola una forza comunicativa prodigiosa che incanta chi lo ascolta. Uomini, donne, vecchi e bambini ridono e si commuovono ascoltando le sue parole, anzi le sue parabole, visto che riconducono tutte a Gesù e al Vangelo. Le adunate in sua presenza cominciano ad allertare le autorità ecclesiastiche, preoccupate che quel “guitto” dalla favella sciolta possa indebolire il potere della Chiesa. Ad ascoltarlo rapita c’è anche una giovane nobildonna (Alma Noce), perseguitata dal marito, proprietario terriero, che la picchia e la stupra affinché rimanga incinta.
La notizia della popolarità di Casamacchia giunge alle orecchie del Papa (Carlo Cecchi, morto nello scorso gennaio, nella sua ultima interpretazione) che incarica il Cardinale Maculani (uno strepitoso Silvio Orlando) di prendere seri provvedimenti contro il “blasfemo”. Il principio cardine cui si ispira il frate è che con Dio si può anche ridere, con leggerezza, che non occorrono sermoni pesanti come pietre per incatenare i fedeli al vincolo di Madre Chiesa. I francescani sono sempre stati più vicini agli umili e ai diseredati piuttosto che ai nobili e ai ricchi e questo indispettisce l’intera gerarchia ecclesiastica.
Il Cardinal Maculani, dapprima scettico nei confronti di Leopoldo, si fa sempre più catturare dai suoi discorsi e dal suo evidente e sconfinato amore nei confronti del prossimo. Lo scongiura di pentirsi pubblicamente dinanzi al tribunale della Santa Inquisizione. Ma a nulla valgono i tentativi del Cardinale. Leopoldo non abiura e continua a ribadire le sue convinzioni, con il filo di voce che gli è rimasto, il corpo maciullato dalle torture. Francesco Favino, brutto e sfigato – si direbbe oggi, giganteggia con la sua maestria recitativa: anche chi è in sala ride e piange alle sue sgangherate parole. Sgangherate, appunto, ed è l’unica nota negativa da appuntare al film: la parlata dialettale è spesso incomprensibile. Ma l’invito a tutte e tutti è di andare a vederlo: un film divertente, toccante in cui la battaglia tra l’ortodossia ingessata e la libertà di espressione e pensiero, è tema fondamentale anche per i giorni nostri.

La locandina del film di Giovanni Veronesi
Francescani Perfrancesco Favino Silvio Orlando
