Libertà e democrazia hanno uno stretto legame con la lettura e la scrittura. Nel corso della storia saper leggere e saper scrivere hanno sempre privilegiato le classi al potere o le avanguardie delle classi rivoluzionarie. L’alfabetizzazione di massa iniziata il secolo scorso e la democrazia rappresentativa moderna hanno poi posto la questione del controllo delle istituzioni scolastiche che insegnano a leggere e a scrivere.
“Libro e moschetto, fascista perfetto“: uno slogan che è già, in sé, un piccolo campione di lingua totalitaria, marziale e scandita. Victor Klemperer, nel suo LTI – La lingua del Terzo Reich, mostra come il potere non abbia bisogno di inventare una nuova grammatica per asservire la lingua alla propria ideologia, ma sfrutti fino in fondo, ripetendole ossessivamente, le parole che già possiede, imprimendo un significato diverso.
Nel secondo dopoguerra si pongono le basi per porre fine all’analfabetismo. Ma la fine dell’analfabetismo, dove è avvenuta, non ha portato i benefici che si speravano perché saper leggere e scrivere non significa comprendere. I dati sull’analfabetismo funzionale restano alti ancora oggi. Decifrare le lettere è solo la soglia più bassa di una competenza che, per diventare pensiero critico, richiederebbe l’esercizio di una sintassi complessa, un allenamento che, a differenza del semplice parlare, non si acquisisce mai per pura esposizione naturale, ma solo attraverso la fatica della lettura di molti libri.
Negli anni Settanta Michel Foucault, ne L’ordine del discorso, riflette su come il rapporto tra linguaggio e potere si vada configurando. Ogni società, nota Foucault, interviene sulla produzione del discorso per controllarla e selezionarla, scongiurandone pericoli e poteri, attraverso alcune procedure ricorrenti: l’interdetto, che stabilisce di cosa non si può parlare; il rigetto, che oppone la parola della ragione a quella della follia; l’opposizione tra vero e falso. Sono tutti meccanismi che agiscono su chi parla, presuppongono, cioè, che dietro ogni discorso ci sia un soggetto identificabile a cui applicarli e che dietro il soggetto ci sia un potere che condiziona.
L’analisi di Foucault è calata in un contesto storico preciso; oggi l’avvento dell’intelligenza artificiale merita un’attenzione nuova: in passato, qualsiasi fosse il discorso, a formularlo c’era comunque una persona. Oggi non è più così. Il discorso può essere formulato dall’intelligenza artificiale, da una persona, da una persona che finge di essere intelligenza artificiale, dall’intelligenza artificiale che finge di essere una persona, o da una persona che collabora con l’intelligenza artificiale in una formulazione ormai ibrida. In questa babele diventa difficile stabilire chi sia l’autore, ed è un problema del tutto nuovo; i meccanismi descritti da Foucault permangono, ma applicarli a un discorso di cui non si sa chi sia l’autore, e se l’autore sia un essere umano, sposta l’asse del problema: il controllo non avviene più solo sul soggetto che emette il discorso, ma soprattutto sulle caratteristiche del testo stesso e sui protocolli che lo validano.
Più facile, almeno all’apparenza, individuare dove sia il potere: chi finanzia l’intelligenza artificiale, chi possiede i canali di comunicazione, chi controlla gli organi di stampa. Ma è una facilità solo apparente. C’è dietro un progetto, una volontà dichiarata di controllo del discorso, o c’è invece la convergenza di interessi economici indipendenti, massimizzare i ricavi, vincere una competizione tecnologica, ridurre i costi? In ogni caso tutto ciò produce l’effetto di un condizionamento diffuso, anche se in apparenza sembra che nessuno lo abbia propriamente voluto. È un potere più difficile da denunciare proprio perché non ha, come nelle distopie classiche, un centro consapevole di sé, ben identificabile: agisce come una rete invisibile di vincoli infrastrutturali.
Qualunque ordine prenda oggi il discorso, resta il compito di chi legge o ascolta: comprenderlo, decodificarlo. E qui la forma stessa del discorso, la sua complessità sintattica, torna ad avere un peso politico, come mostra un episodio all’apparenza lontano.
Nei primi dell’Ottocento in Italia, parlare in lingua italiana era motivo di sospetto per chi deteneva il potere, mentre il dialetto, parlato soprattutto dagli analfabeti, ma anche da chi deteneva il potere, poteva essere usato in funzione reazionaria. Scriveva Tullio De Mauro nella Storia linguistica dell’Italia unita che già Foscolo ricordava come, nei municipi del settentrione e nei loro tribunali, chi avesse osato parlare italiano venisse deriso dal “bel mondo” conservatore, e che era in dialetto il canto della reazione antigiacobina che travolse i patrioti napoletani del ’99.
A parlare italiano era la borghesia colta e rivoluzionaria che lottava per l’unità nazionale.Oggi l’analogia si ripresenta, ma capovolta di segno. Chi produce discorsi semplificati, messaggi brevi, post, linguaggio da app, occupa oggi, per diversi aspetti, la posizione che un tempo era del dialetto: la lingua della massa. Questa semplificazione si regge su una sintassi rigorosamente paratattica, priva di subordinate e coordinata per accumulo, e su un binarismo emotivo che riduce ogni complessità alla polarizzazione (amico/nemico, bene/male). Chi padroneggia un linguaggio complesso viene invece guardato con sospetto, bollato con disprezzo come “il professorone”.
Il meccanismo di potere è lo stesso di allora: la lingua colta in sé è oggi percepita come segno di distanza e di casta. Ieri perché portava con sé l’idea rivoluzionaria, oggi perché porta con sé la pretesa di un sapere che la massa non possiede. Il potere odierno ha capito che cavalcando questa semplificazione linguistica può neutralizzare il dissenso. È il terreno su cui si consuma, in questi anni, un attacco senza precedenti a chi ha capacità critiche, a chi studia, a chi possiede conoscenza scientifica.
Tra i tanti casi, emblematico quello del cambiamento climatico. Chi oggi detiene il potere politico ed economico osteggia apertamente i rapporti della comunità scientifica internazionale, non contrapponendo altri dati o altre prove, ma bollando la scienza stessa del clima come opinione di parte, come l’ennesima voce del “professorone” che pretende di sapere meglio della massa. L’attacco non nasce da un errore degli scienziati, ma dal fatto che le loro conclusioni contrastano con interessi economici consolidati: la competenza viene delegittimata non perché sbagliata, ma perché scomoda.
La frammentazione sintattica e la semplificazione linguistica, modellate a uso e consumo degli analfabeti funzionali, sono diventate il veicolo più potente del nuovo ordine del discorso per tutelare gli interessi del potere.

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Tanti soldi spesi per farci studiare, come mi diceva babbo, e ora devi fare l’ignorante se vuoi farti strada nella vita…( naturalmente è ironia)
… Più avvantaggiati quelli che non devono fingere.