Parlare con i figli è sempre stato esercizio raro ma salutare, quantomeno per la sponda genitoriale dei due dialoganti.
Lo spunto per scrivere questa banale considerazione mi è venuto da una discussione col millennial di casa, ostinatamente refrattario a ogni lettura che non sia il “contenuto” proveniente dall’immensa, caotica, onnicomprensiva riserva informatica o, nel migliore dei casi, dalla visione di un film.
Le posizioni contrapposte, in un ambito fortunatamente venato di comune ironia, hanno dato vita a un dialogo sorprendente e degno di riflessione.
In sostanza, la domanda posta dal contendente giovane è così riassumibile: perchè perdere tempo a leggere un romanzo (ma anche un saggio, un’opera di divulgazione scientifica) quando la visione di un film, di un documentario, al limite di un dibattito (ma questo lo aggiungo io) può restituire lo stesso grado di conoscenza sull’argomento, con più divertimento e meno fatica?
Colpito dall’opinione, espressa con naturale, giovanile risolutezza, ho deciso di non dar corso alla reazione sdegnata che mi sgorgava dal profondo. E di pensarci su.
In questi giorni sto leggendo “Kolkhoz”, l’ultimo di Emmanuel Carrère. Libro particolarmente adatto a fungere da catalizzatore per la discussione: romanzo ponderoso e incredibilmente ricco di cose e persone, saga familiare molto sui generis, capace di mettere a dura prova la pazienza del lettore, ma contenente momenti di autentica gioia di leggere.
E cercando un corrispettivo all’altezza, nel mio personale pantheon cinematografico, mi è subito venuto in mente “La famiglia”, capolavoro di Ettore Scola.
Non c’è dubbio: la profondità direi freudiana con cui Carrère affronta, tra gli altri, la figura di sua madre in quarant’anni di intensissimo rapporto, e, di riflesso, quella del suo sfortunato marito, padre di Emmanuel, è tale da non poter essere espressa che dalla parola scritta, ovviamente da chi sa farlo a questi livelli.
Poi però ho pensato allo sguardo di Fanny Ardant. A quello di Stefania Sandrelli, perfino a quello di Renzo Palmer, il mortificato zio Nicolino. E il dubbio ha cominciato ad insinuarsi. Un solo barlume di quegli sguardi aveva raccontato lo smarrimento, l’amore, la disperazione meglio di una pagina intera.
Allora ho capito che la questione era più seria di quanto pensassi.
Immaginazione. Visione. Espressione. Tutti elementi comuni ad ogni opera d’eccellenza, patrimonio essenziale di chi può a pieno titolo definirsi artista.
Ma all’osservatore, al lettore, all’ascoltatore cosa è richiesto, è lecito attendersi qualcosa di più della semplice attenzione? Questo è il punto.
Il contributo capace di trasformare un’opera d’arte in qualcosa di ancora più alto non è forse lo scambio del pensiero, l’interazione muta tra autore e fruitore che genera l’entanglement, il quid in grado di produrre un salto di qualità mentale in quest’ultimo? E dunque: è importante che l’osservatore sia chiamato ad un lavoro, sia pur gratificante?
Spesso leggere costa fatica. Non è divertimento puro, come le immagini di cui si compone la storia che scorre su uno schermo, al quale siamo legati come Alfieri alla proverbiale sedia. Un libro lo interrompiamo, lo rimastichiamo, lo malediciamo anche, a volte. E a volte lo riprendiamo, quasi volessimo rispondere alla sfida che ci lancia. Per terminare il lavoro.
Delle nuove frontiere digitali, caratterizzate da velocità e imprecisione, parleranno tra qualche anno loro, i giovani. Personalmente ne intuisco, come risultato, un continuo, serrato, confuso, contraddittorio contributo alla conoscenza, il che rende il lavoro ancora più necessario, anzi determinante. Ma si tratta di un attività molto diversa, ancora più faticosa, in tempo di guerra ibrida: una fatica intellettuale nuova, il cui focus è il discernimento, davvero arduo nella nostra epoca, tra due categorie decisive: il vero e il falso. Con un implicito rimando alla millenaria citazione biblica sull’albero della conoscenza del bene e del male.
Non è poco, anzi: è tutto.

Emmanuel Carrère Ettore Scola Vittorio Alfieri

Tra il vero ed il falso ci sono infinite sfumature.
L’immaginazione e l’intuizione giocano un ruolo a volte decisivo.
Libro e film, o film e libro, ma con il lavoro intellettuale del fruitore, sempre. La verità è una, il resto sono versioni.
il primo problema è la comprensione del testo… ho due figli laureati “magna cum laude”, master, dottorati etc. ma mi rendo conto che penetrano le frasi di un qualsiasi lavoro assai meno di quanto era possibile nella nostra scuola media ( e scrivono nn, e k…)
Di ciò che è fruibile, libro o film che sia, il dialogo avviene secondo me prima con sé stessi. Di cosa ho bisogno in quel preciso momento? Mi sento più propenso a ricevere immagini o a toccare la copertina di un libro, sfogliando la mia interiorità? Entrambe sono ottime soluzioni.
Certo l’immagine ,il film è molto più immediato il libro è più faticoso ma l’immagine è definitiva, è l’interpretazione del regista e quindi dell’attore,il libro resta sempre più aperto alla fantasia di chi lo legge… faccio un esempio ‘Fantasia’di Disney è stato apprezzato da tutti..da me no… è possibile che ogni volta che sento ‘la danza delle ore ,mi vengano in mente gli ippopotami che danzano???non mi piace non ci sto!!!
😁