Le_galline_fanno_bene_ai_limoni

Le galline fanno bene ai limoni

 

Adagiato sopra la collina come una stola sulle spalle di una donna, il terreno prende sole al mattino da un lato e al pomeriggio dall’altro. Un colle più alto copre la vista del mare e nasconde ai naviganti le case, radunate attorno alla chiesa della frazione soprastante. La si raggiunge, volendo, anche a piedi dal paese.
I proprietari sono una coppia di foresti: abitano qui ma non vi sono nati. Vendono la nuda proprietà. Finché ce la fanno, vogliono continuare a curarlo, come da quando lo hanno scovato, e a godere i frutti del loro lavoro:
«Ne abbiamo speso, sa!» mi dice lei, mentre osserva orgogliosa il risultato ottenuto.
Lui non si perde in commenti e mi racconta:
«Era un intrico di vegetazione in abbandono. Per individuare la recinzione che delimita i confini ci abbiamo impiegato quasi un anno».
«Una giungla! – interviene lei, con le dita fra i capelli bianchi e lucidi, come evocasse lo sconcerto di quel momento – Vede quel pergolato di kiwi?»
Seguo il suo braccio teso a indicare e annuisco.
«Non si poteva arrivare lì sotto» conclude.
«I rami si erano arrampicati per due piane, fino a soffocare un enorme e per noi irraggiungibile ciliegio. Armato di machete, sono partito dal basso e ho ripulito».
«Qualcosa abbiamo dovuto tagliare, purtroppo; per rendere agibili i passaggi, per recuperare piane alla coltivazione».
«Il ciliegio, ad esempio, era talmente alto da non poter neppure raccogliere i frutti; e il salice… Chi intreccia più i rami per un cavagno?»
«Bisognerebbe imparare, invece – brontola lei con affetto – e se ci fosse ancora qualcuno capace, acquistarli da lui».
«Ad ogni modo, queste sono le piane dell’orto. Come vede, tutte vicine all’ingresso, comode da raggiungere con queste scale, realizzate con castagno e materiale di recupero, e riparate dal sole più caldo. Abbiamo affrontato estati torride senza subire danni da arsura proprio grazie a questa esposizione».
«E all’acqua!» aggiunge lei.
«Qui c’è il pozzo, con impianto di irrigazione collegato, fino alle piante da frutta».
«Quando ho visto cadere il ciliegio ci siamo ripromessi di ripiantarne un altro. E non solo uno. E qualche selvatico, che nel tempo è ricresciuto, lui – indica il marito – lo ha innestato con le gemme di un altro. Vede? Qui c’è un pero e questo è un ciliegio, una pianta di duroni che anni fa è morta».
«Gli ulivi sono poco meno di cento. Non siamo riusciti a raccogliere olive finché siamo stati impegnati a pulire, sistemare le piane, dissodare e nutrire la terra per coltivare. Da qualche anno invece…».
«Abbiamo il nostro olio! – chiosa lei, entusiasta – Non ha idea della fatica! Ma non sa quale immensa soddisfazione, e che bontà».
Non faccio in tempo a commentare che me ne offre un po’:
«Finiamo il giro, così poi glielo faccio assaggiare».
Saliamo, lenti ma costanti, lungo il sentiero che come una spina dorsale divide in due l’appezzamento. Lui prosegue e spiega ogni intervento corredato di soluzioni con dettagli tecnici da ingegneria agraria, tutti interessanti e, alcuni, curiosi. Lei ci segue e mi osserva. Direi meglio: mi scruta. Mi sento come fossi disteso sul lettino di una risonanza magnetica. Nel timore di dire qualcosa di sbagliato che potrebbe pregiudicare la trattativa, mi trattengo dall’esprimere apprezzamenti o porre domande, ma temo che la mia espressione sia fin troppo leggibile. Sono ammirato da questo insieme di cura e rispetto per la natura. L’ordine c’è ma non si vede; l’impressione è di selvatico.
Pare che lei mi legga nel pensiero quando mi chiede se conosco le erbe spontanee:
«Perché sa – dice senza aspettare risposta – c’è un tesoro in punta di coltello. Vanno però raccolte prima che fioriscano. Certo, bisogna saperle scegliere e non ci sono erbari che tengano di fronte al sapere degli anziani di qui. Guardi: questo è un raperonzolo».
Mi viene in mente la fiaba, ma lui mi porta a vedere un paio di vasche che raccolgono l’acqua potabile con la quale si dissetano. Lungo il percorso indica le piante da frutto..
«Certo dipende dalle annate, ma sa che non sappiamo più cosa vuol dire acquistare frutta e verdura? Per non parlare delle confetture».
Mi incanto davanti a un vecchio fico, ritorto che pare una poltrona. Lei se ne accorge subito, come se fosse scattata una sintonia:
«Lui è Fico Tato. Le piace, eh?»
«Molto!» riesco a dire prima che lui commenti:
«Non fa un frutto neanche per sbaglio, ma ce lo teniamo com’è e poi – mi si avvicina quasi a portata di orecchio – guai a chi glielo tocca!»
Mi mostrano infine il pollaio con cinque galline ovaiole livornesi bianche e felici.
«Sono vecchie, ma questo era il patto: le teniamo solo se mi prometti che moriranno di vecchiaia. Intanto hanno fatto bene ai limoni: vede questi tre? Li abbiamo piantati noi; sono diventati rigogliosi da quando li abbiamo chiusi nel recinto delle galline. Secondo me, han fatto amicizia e stanno tutti meglio».
«Sotto la rete contro i rapaci».
Mentre assaporo il gusto piccante del loro olio, mi raccontano che questo uliveto è stato fonte di pace e salute mentale in un momento brutto: un rifugio sicuro e lontano da fetori insopportabili.
«Umanoidi» precisa lei. E mi dice:
«Glielo vendiamo solo se promette, quando non ci saremo più, di curarlo come noi: se non lo sfrutterà, se produrrà solo per il suo consumo e baratterà le eccedenze con i vicini».
Prometto. Ci stringiamo la mano ed è fatta.

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