Era andata a teatro, la sua passione. E s’era persa nella recitazione frammentata, nella figura irregolare di un’attrice atipica, divina creatura dagli occhi penetranti, voce roca e possente, capelli rossi quasi rasati, esile, minuta, eppure immensa presenza scenica. Una forza della natura. Un mito. Erika la inseguiva da tempo. Aveva comprato il biglietto un mese prima. E aveva contato i giorni, le ore. Un’attesa estenuante ma anche eccitante. La sala era stucchi e velluti. Il palcoscenico ampio e profondo. Scenografia essenziale. Costumi minimali, trovati in un mercatino.
Lei era una Medea molto cinematografica, una Callas rivista e corretta alla luce della sua personalità, di una capacità inusuale nell’esprimere sensazioni e capricci, volubilità e mistero. Il pubblico rapito, catturato, estasiato. “E’ una Dea”, dicevano ma lo dicevano anche delle assidue frequentatrici dei giornali rosa. “Chi è più in grado di distinguere il talento dall’ovvio?”, si chiedeva Erika e fissava il pubblico adorante.
Ben vestiti, eleganti e casual, alla moda, capigliature esagerate (una vita dal parrucchiere), volti stravolti (la morte ti fa bella!) e tanta tenerezza. Il popolo della platea e dei palchetti non le piaceva. Non le piacevano quegli sguardi attoniti, immobili, sorrisi falsi e applausi facili. Era l’agonia del teatro. Ma lei non se ne lasciava intimorire.
Era forte Erika. Quasi inaffondabile. Era stata progettata per adattarsi a quei tempi bui. Ed era incredibilmente capace di lasciare la porta aperta alla speranza. Bussò al camerino del suo idolo. Lei l’accolse con cortesia, l’umiltà dei grandi. Era stanca, provata, un’età indefinibile, una tempra ferrea, un carattere indomabile. Era seduta davanti allo specchio. Occhi mobili e tanti ricordi. Le foto accanto ai trucchi, ai colori delle sue mille maschere. Lei con Fellini a Cinecittà. Lei con Visconti, con Strehler, con Ronconi. I suoi amati registi, i confidenti, gli amici. Lei metà donna e metà cavallo. Lei su una spiaggia incantata, set di un famoso film (virale, per usare un linguaggio in voga). Lei con sua madre. Lei bambina. Lei con tutti. Lei sola, lo sguardo indecifrabile. “Siediti”, ordinò. Erika ubbidì. E chiacchierarono amabilmente, come due sorelle. Sembravano coetanee.
“Vuoi lavorare nel teatro?”, disse la divina.
“Mi piacerebbe”, rispose la ragazza.
“Allora potresti farmi da segretaria”.
Le diede le chiavi di casa e concluse:”Cominci domani”.
Non una parola di più. Solo uno sguardo d’intesa e la gioia di Erika, trionfante, il mondo ai suoi piedi, un brutto mondo che all’improvviso diventava bello. Erika sapeva che non era vero che tutto cambiava da un momento all’altro. Ma niente le impediva di entusiasmarsi, di godersi quegli istanti nervosamente fantastici. Di compiacersi dell’affinità con quella diva ribelle. Adesso era sotto la sua protezione e forse un giorno avrebbe recitato anche lei. Chi le impediva di immaginare un futuro da grande attrice, da mediatrice tra il pubblico e il teatro. Quello vero. Quello dei suoi sogni.
Cantilenante come Carmelo Bene. Straniante come Mariangela Melato. Sorprendente come in una folle corsa senza meta.

Classical Theatre
