D’Alema a Pechino

Il 24 marzo 1999 la NATO, senza aver trovato il conforto dell’Onu per i veti minacciati di Russia e Cina, diede il via all’operazione Allied Force, intervento umanitario contro la pulizia etnica che i Serbi stavano operando in Kossovo. 2300 attacchi aerei, partiti dalle basi italiane, fecero 2500 morti. Bambini tra le vittime ce ne furono? Sì. 89. Tra i capi di governo dell’Alleanza atlantica che diedero il via ai bombardamenti, l’on. Massimo D’Alema.
Slobodan Milosevic, leader di ciò che rimaneva della Jugoslavia comunista e della federata Serbia, era stato compagno di ideali del Primo ministro italiano quando, entrambi giovani promesse, militavano dentro il movimento comunista.
Il comunista e il postcomunista. Quest’ultimo, il primo capo di governo italiano a violare l’art. 11 della Costituzione, che vieta interventi militari non difensivi. In quell’occasione anche molto zelante nel voler partecipare alle missioni, dal momento che a Clinton era sufficiente il solo uso delle basi italiane. Forse voleva dimostrare a Cossiga – che qualche mese prima aveva radunato un gruppo di parlamentari ad hoc per permettergli di formare il governo – che tanta fiducia atlantica era ben meritata. Nel ferragosto del 2006, l’immagine puntigliosamente curata di leader della sinistra pragmatico, atlanticamente affidabile, fu incrinata da una inaspettata passeggiata a braccetto con un dirigente di Hezbollah, il partito di Dio, finanziato dall’Iran e, assieme ad Hamas a Gaza, una delle bande armate allestita dagli Sciiti per la distruzione di Israele. Il fatto avvenne a Beirut dove D’Alema si era recato, fresco ministro degli Esteri del governo Prodi 2 ed alcuni mesi dopo il primo mancato assalto alla Presidenza della Repubblica.
Quasi 30 anni dopo la guerra alla Serbia ed otto anni dalla conclusione di quella cosiddetta civile, condotta in prima persona contro il segretario del Pd, Matteo Renzi, fino alla sua cacciata ed alla dissoluzione dei fondamenti del partito nato al Lingotto, Massimo l’Umanitario, Massimo lo Sciita, lo ritroviamo in quarta fila, a Pechino, dietro il gotha delle tirannie comuniste e postcomuniste asiatiche ed europee, guidate da Xj vestito da guardia rossa, con accanto i fedeli compagni d’armi, Putin e Jong-un.
Un parterre di autentici pacifisti radunatisi per sventolare fazzoletti alla più gigantesca e costosa parata militare dai tempi di Breznev. A quale scopo il presidente del partito unico comunista – il partito che alla morte di Hu Yeobang represse sanguinosamente i giovani di Piazza Tien an men – lo abbia invitato, lo si è capito dalla intervista rilasciata alle agenzie internazionali: dichiarare che quell’adunata – coreograficamente tra quelle del Terzo Reich e quelle dell’URSS – è un messaggio di pace. Da Umanitario a Sciita a Pacificatore.
C’è da sperare che non diventi un Quisling perché, checché ne dicano i pronubi del “campo largo”, il nostro cinico erede della doppiezza togliattiana, resta il manovratore occulto del sig. nessuno, Conte, e dei nipotini di Stalin che controllano la segretaria simulacro del Pd.
Nel frattempo, a ben vedere, la scenografica e pianificata manifestazione di potenza militare agli europei insegna che bisogna unirsi, armarsi di tutto punto, sbarazzarsi il più presto possibile del bullo putinista di Washington, perché due dei tre, in prima fila, i loro eserciti dentro l’Europa li hanno già portati e la stanno insanguinando.
La presenza di D’Alema, invece, a noi italiani dovrebbe confermarci senza alcuna ombra di dubbio che la sinistra che c’è è ormai perduta per la causa della libertà e dell’amor di patria. Da qui al 2027 c’è molto da lavorare per impedire che il nostro sistema democratico si suicidi. (*)

(*) Per comprendere il senso dell’allusione clicca qui

7 commenti su “D’Alema a Pechino”

  1. Anna Lucia Rita De Luca

    A dire di no all’intervento in Serbia furono solo i radicali con l’eccezione di Adelaide Aglietta che disse di augurarsi ritrovarsi dalla parte giusta. Venivano uccisi tutti i maschi dai 14 anni in su dopo essere stati costretti a scavare le fosse comuni.
    Ricordo le facce pallide di D’Alema, di Casini e persino di Berlusconi. Tutti a dire “Siamo col Presidente”.
    C’era un genocidio in Europa. Stupravano anche le suore, che si rifugiarono in Italia per partorire nei conventi.
    Tutto il resto sono chiacchiere e impressioni da fotografie. Se dovessimo valutare una politica dalle foto o dagli inviti, non si salverebbe nessuno …

  2. Roberto Martini

    Posso condividere il giudizio su D’Alema, non condivido e dissento riguardo a quello che scrive del PD e dell’attuale segreteria che trovo perfettamente in linea con ciò ch’io penso debba essere un partito di sinistra

    1. Giovanna Nuvoletti

      ho 83 anni, sono stata nel PCI, versione riformista e istituzionale. Ho creduto nel PD. Ma ora no. Anche se li dentro ho amici e amiche intelligenti e perbene

  3. Si critica d’alema e l’attuale PD per poi sostenere che draghi sarebbe la scelta migliore? Da quando costui è di sinistra?

  4. Un racconto della storia decontestualizzato che non si rende conto del declino dell’occidente a dominio USA e dello sviluppo dell’emancipazione dei popoli che è passato per rivoluzioni e loro sviluppo non “democratico ” ma comunque progressivo con attuale necessità di una nuova Cooperazione mondiale più equilibrata altrimenti ” o guerra o pace per cui bisogna smetterla di rincorse ai Riarmi.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Torna in alto