Non so come faceva, ma a lei i fichi le cadevano in bocca direttamente dall’albero e rideva.
– Tu nun fai nient’ Ci pensa Dio.
E rideva Carmela con la bocca pasticciata di rosso. I frutti lei se li mangiava con la buccia.
– Nun se iett niente, guagliunce’!
E mi strizzava l’occhio. Per un attimo il celeste della pupilla le spariva e vedevo solo il liscio della pelle, le guance scavate, il naso a fragola e una dentatura perfetta. Bella Carmela, zia Carmela anche se non eravamo parenti, la volevo bene. Sempre allegra, di una felicità del niente, pura.
Era stata mollata prima che indossasse l’abito di nozze.
– Chill era nu disgraziat’ e io so’ Carmela “l’orto di Dio”!
E vuoi mettere? Le credevo, perché la sua terra era speciale: mele, pere, insalata, zucche, uva, fagiolini a ogni stagione doni e doni e doni.
– Io song “l’orto di Dio” e quando vieni cca’ t’aggia fa nu regalo!
Che mamma bella sarebbe stata Carmela, dolce come la marmellata di fichi che mi spalmava sul pane. Invece se ne andò a quarant’anni e vidi l’orto di Dio morire con lei. Niente più risate, né parole contente e i fichi non li mangio più. Se li tenga Dio nel suo orto, l’orto che ha tolto a zia Carmela.
Povera donna, felice di nulla.


Parole stringate. Un breve che fulmina l’anima. Rimpianto pieno di nostalgia. La purezza di una zia che avremmo tutti voler conoscere