Il bello di questa frazione è la convivenza rispettosa, solo in apparenza noncurante delle altrui faccende: nessuno si intromette, ma – se serve – l’aiuto arriva con vicendevole disponibilità e nessuna invadenza. Quando si apre la finestra al mattino o la porta di casa per uscire, c’è sempre un buongiorno accogliente. Lo stesso, a fine giornata.
Certo, c’è chi insiste con il clacson anche quando non serve, ma il più delle volte per un eccesso di prudenza; c’è chi forse pigia un po’ più del necessario sull’acceleratore, ma ha i riflessi pronti alla frenata e tutti i pedoni camminano con la dovuta accortezza, consci che il traffico – se tale si può dire – è solo locale: passa la corriera che porta in paese, passa lo scuolabus che accompagna i ragazzini a scuola, se ne vanno una via l’altra le Ape Piaggio di chi lavora nell’orto, esegue il quotidiano giro il furgoncino della raccolta differenziata. Un’accortezza speciale occorre sulla strada che arriva tra le case perché, talvolta, si incrociano animali selvatici (forse tali un tempo, ormai fin troppo confidenti) ed è possibile che qualche rospo la attraversi: c’è chi fa attenzione e si ferma.
Anche quella sera, la quiete regnava, sovrana assoluta ma non tirannica, sul buio incipiente.
Alberto e Cesare, dirimpettai separati dalla distanza della stretta carreggiata, si raccontavano le rispettive faccende, i differenti lavori negli orti confinanti, si accordavano su chi avesse la migliore attrezzatura necessaria a ripulire da arbusti ed erbacce il piccolo valletto che li separa.
L’azzurro del cielo di aprile virava intanto veloce verso il blu della notte, senza dimenticare neppure una delle proprie sfumature; oltre il crinale il sole, già calato e sparito nell’orizzonte del mare, lanciava consueti i bagliori della gamma di rosso, arancio, viola. Risaltava così ancor più brillante la falce di luna, la luna dei gatti. Un tempo, tutto il paese ne era abitato. C’erano code alzate, e miagolii, e passi felpati, e vibrisse all’erta quasi in ogni angolo. Un tempo.
«Aiuto!»
La voce femminile ruppe la quiete.
Alberto e Cesare si voltarono verso Clara che camminava a passi svelti verso di loro.
«Aiuto, Cesare! È scappato!»
Clara era sposata con Alessandro e madre di due ragazzini. Sul viso di Cesare si spalmò lo stupore: gli occhi azzurri sbarrati, il sorriso piegato agli angoli, la domanda – scappato, chi? – rimasta inespressa.
«Aiutami per favore. È scappato e io non riesco a prenderlo».
Cesare e Alberto le andarono incontro con l’intenzione di calmarla e farsi spiegare chi era scappato.
Clara si avvicinò fino a raggiungerli e ribadì:
«Aiutami, io ho paura che mi attacchi!»
Dopo pochi passi, superata la curva, lo videro.
Incedeva, tronfio, impettito e pettoruto; esplorava lo spazio intorno, un passo dopo l’altro, con calma flemmatica. Girava la testa qua e là, osservando con attenzione ogni angolo alle diverse altezze che la sua visuale raggiungeva ad ogni spostamento del lungo collo.
«Ho provato a prenderlo, giuro. Scappa appena mi vede e se non mi vede perché gli sto dietro, mi sente e mi sfugge».
Clara era davvero sconsolata e anche spaventata.
I due uomini sorrisero. Alberto rimase a osservare, pronto a un intervento se necessario; Cesare si avvicinò cauto e il più possibile silenzioso, ma al suo terzo passo il gallo nerboruto in passeggiata si voltò di scatto: ondeggiò la cresta rubizza e carnosa, fremettero gli oblunghi bargigli, mentre l’occhio con il quale guardò fisso Cesare si fermò in un vitreo e minaccioso altolà; il collo si protese verso l’umano che provava a tendere le mani, seguito da una voce femminile che gli spiegava di aver temuto una beccata da quell’espressione e – considerate le dimensioni generose del becco – paventato un assalto quasi cinematografico, come in quel film di Hitchcock.
Le mani di Cesare sfiorarono appena le piume caudali. L’altro occhio del gallo individuò la via di fuga immediata. Le zampe spinsero il corpo poderoso nello stesso momento in cui le ali si spiegarono. Volò via, una curva più su.
«Da dove arriva?» chiese Cesare.
«Un regalo di Valerio. Per Pasqua. Per ringalluzzire le nostre galline».
«Avrà pensato che sono un po’ datate e si fa un giro in cerca di pollastrelle più appetitose» pensò Alberto tra sé, ma decise di salutare e andare a casa.
Anche Cesare e Clara decisero di abbandonare le ricerche e tornarono alle proprie abitazioni, desolati.
Nessuno seppe come passò la notte il gallo – bianco, con un paio di macchie nocciola sulle ali, creste e bargigli di un rosso fiammante, peso approssimativo qualche chilo. Il mattino seguente, portando fuori il cane, la moglie di Alberto vide Cesare salire verso la chiesa, mani in tasca del pigiama, sguardo attento e passo felpato. Alle sette, puntuale, il campanile aveva svegliato la frazione accompagnato dal canto del gallo che, bianco e rosso, troneggiava lassù.
N.d.A. Mi piacerebbe poter raccontare che il gallo ha trovato e spupazzato più giovani pollastrelle sull’altro versante del monte, che è ancora annidato sul campanile della chiesa, libero gallo di frazione; ma non è così. Un paio di giorni dopo la fuga è stato ripreso e riportato al pollaio d’origine, dal quale non è più evaso. Ogni mattina però accompagna con il suo chicchirichì i rintocchi delle sette che svegliano tutti gli abitanti.


Eppovero galletto! Ogni tanto, fatelo uscire.
… dipendesse da me, sai che lo farei.