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 Il limite, la preghiera, il canto

Le grandi mobilitazioni del secolo scorso – 1848, 1917, 1968 – erano figlie di condizioni che oggi non esistono più nella stessa forma. Una classe sociale con una coscienza collettiva relativamente coerente. Un nemico identificabile e localizzato. Uno spazio pubblico non completamente colonizzato dal potere che si voleva rovesciare.
Nessuna di queste tre condizioni è oggi disponibile nella forma in cui lo era allora. Marcuse aveva già visto una parte di questo problema nel 1964, quando descriveva una società industriale avanzata capace di integrare il dissenso rendendolo innocuo. Il sistema digitale ha portato quel meccanismo a un livello che Marcuse non poteva immaginare: oggi il dissenso non viene solo integrato, viene monetizzato. La protesta diventa un trend, il trend diventa contenuto, il contenuto genera engagement, l’engagement finanzia il sistema che la protesta voleva
colpire.
La falsa coscienza non è più imposta dall’alto con gli strumenti della propaganda novecentesca – si autoalimenta attraverso algoritmi che premiano ciò che conferma, che eccita, che divide. L’omogeneizzazione che ne risulta è più pervasiva e più difficile da riconoscere proprio perché si presenta come pluralismo.
In questo contesto, il paradosso della tolleranza – che Popper formulò con precisione: una società tollerante che non si difende dall’intolleranza finisce per essere distrutta da essa – assume una forma nuova.
Chi costruisce Babele non ha scrupoli nell’usare ogni strumento disponibile: lobbying, disinformazione, concentrazione di dati, colonizzazione dell’immaginario collettivo. Chi vuole costruire come Neemia si pone dei limiti etici – non fa guerra, porge l’altra guancia, costruisce mattone per mattone. Non combattono ad armi pari. E chi accumula potere senza limiti lo fa per profitti che nessun individuo potrebbe spendere in una vita, mentre
distrugge le fondamenta naturali su cui la vita è costruita. Le fondamenta sono fragili – un’umanità che non preserva l’ambiente naturale, il mondo vegetale e animale, è destinata a essere travolta dai guai che combina. Ma questo poco importa a chi è accecato dalla sete di guadagno.
La domanda allora non è se ci sarà una rivoluzione. È cosa tiene insieme chi vuole costruire un’alternativa nel tempo lungo, in assenza delle condizioni per una mobilitazione di massa, in un sistema che neutralizza il dissenso trasformandolo in contenuto.
Leone XIV ha scritto l’enciclica per i cattolici, è un atto del magistero papale ordinario, con tutta la forza dottrinale che questo comporta. Ma l’ha formulata per avviare un dialogo con tutti gli uomini di buona volontà, e l’ha conclusa non con un programma, non con una lista di riforme, non con una condanna. L’ha conclusa con un canto, il Magnificat di Maria.
È una scelta precisa. Il Magnificat è un canto di chi riconosce che il disegno di Dio rovescia i potenti e innalza gli umili, che i profitti accumulati senza limite non sono l’ultima parola, che la storia ha una direzione che non coincide con quella dei mercati.
Quello che accomuna tutte le tradizioni religiose, e che il sentimento religioso condivide anche con chi non si riconosce in nessuna di esse, è la preghiera: il momento in cui ci si ferma e si riconosce il proprio limite. L’enciclica non propone una guerra, ma una pratica. La pratica di chi si ferma e costruisce una comunità attorno a principi etici che non vengono fagocitati dai meccanismi del potere, perché ha una risposta alle domande che il sistema non può monetizzare, semplicemente perché gli sottrae il terreno che lo alimenta.

 

1 commento su “ Il limite, la preghiera, il canto”

  1. Condivido , credo che mai come oggi la religione cristiana in particolare proponga sul piano etico le più importanti risposte che l’uomo e la politica della alternativa a questo potere dovrebbe fare.

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