Radici d’isola

«Posso aiutarla?»
Le dissi vedendola incerta negli ultimi passi verso la battigia.
«Devo farcela da sola, grazie.»
Indossava una giacca corta con interno in spugna bianca e un tessuto lucido all’esterno, quasi giapponese. Aveva un foulard sui capelli e una visiera a proteggerle il viso delicato e gli occhi color di quel mare.
La borsa leggera che portava sembrava vuota, forse solo una crema e delle chiavi. Non pensai a quanto fosse stata bella. Lo era ora, pienamente.
Appoggiò la borsa sugli scogli ed entrò in acqua lungo il tratto più semplice, dove sabbia e mare le avrebbero massaggiato i piedi — piccoli, curati. Emise un sospiro.
«Vivo qui da sempre. Solo una parentesi nel continente, per l’università.»
Disse continente con la semplicità di chi abita un’isola e guarda tutto il resto come solo un’isola più grande.
Poi, con la naturalezza di certe persone, indicò una casa in mattoni rossi sopra la scogliera. La sera prima, tornando, un grande cane bianco ci era corso incontro, il pelo che brillava nei fari prima di sparire lungo una strada privata, proprio verso quella casa. Glielo raccontai.
«Sì, è Astor. Non ha mai avuto guinzaglio né collare. È sempre stato libero. Come me. E come me, torna sempre alla sua casa.»
Sembrava porgermi la sua carta d’identità. Poi iniziò un racconto che non mi aspettavo, personale, denso di memoria.
«Un mio avo aveva un gregge e due vacche. Le pecore si adattavano alla macchia e ai pendii. Le vacche no. Un giorno, il proprietario di una tenuta in piano, vedendole in difficoltà, le portò via con la promessa di pagarle in seguito.
Il pagamento non arrivò mai, ma alla fine offrì, a saldo, i suoi terreni: quelli dove pascolavano le pecore e altri lotti selvaggi, pieni di rocce, affacciati su questo mare. Nessuno allora sapeva che tesoro sarebbero diventati.»
Sorrise.
«Il pecoraio accettò, e costruì la sua casa. Siamo cresciuti su radici che sanno di mirto e pecorino.»
Negli anni, barattando i suoi prodotti, l’avo divenne anche padrone di una vecchia barca. La sistemò con l’aiuto di un amico esperto. Era un gozzo con albero, vela quadra e remi. Il motore arrivò dopo. Un giorno, ci caricò la famiglia e le fece scoprire l’isola dal mare. Videro per la prima volta la loro terra: le insenature, il granito, il volo libero dei gabbiani.
«Quando fui abbastanza grande,» continuò, «mia madre mi regalò una bici e degli scarponcini. Da allora ho girato, annusato, toccato ogni parte di quest’isola. Ho studiato qui, poi a Palau, poi a Firenze.»
Sospirò, e aggiunse con un sorriso leggero: «Non tornai sola. I miei racconti avevano colpito. Mi seguirono alcuni giovani amici, curiosi, increduli. E uno di loro, un architetto, ci mise qualcosa di più che la sola professione.»
Poi tacque, come se il ricordo le avesse prosciugato le parole. Si allontanò camminando nell’acqua bassa, col passo sicuro di chi conosce ogni pietra di casa.
L’aspettai, sperando che il racconto continuasse. Ma notai che zigzagava nell’acqua con piacere, senza mai prendere un ritorno deciso. Così, dopo un po’, quando fui certo che gli sguardi si incrociassero, sollevai — come ancora so fare — il vecchio panama, e la ringraziai con un cenno. Grato.
Di più non avrei saputo. E ciò che avevo ascoltato da una sconosciuta era già tanto.
A suggello di quell’incontro, detti un ultimo sguardo a una catena immobile e arrugginita, e immaginai che forse avesse tenuto l’ormeggio di un vecchio gozzo con vela quadra, da dove era salpato il futuro di una piccola isola, amata e fortunata.

 

8 commenti su “Radici d’isola”

  1. Racconto centrato sulla bellezza di una donna , il racconto della sua vita, ancora che eravamo una certa età , lo stupore e la galanteria di uno.sconosciuto!

  2. In quelle parole ho ritrovato il respiro di una memoria antica, quella che si porta sotto la pelle senza nemmeno rendersene conto. Camminare nell’acqua bassa come fosse un sentiero di casa, con la certezza che ogni passo è al posto giusto — è un gesto che racconta amore, abitudine, radici. C’è qualcosa di profondamente umano in quel passo sicuro: è la fiducia che si ha solo nei luoghi che ci hanno visto crescere, dove ogni pietra ha un nome, ogni riflesso una storia. È un’immagine che consola, come tornare a un abbraccio che non si è mai dimenticato.

  3. Antonio Quagliarella

    Peccato che il racconto si sia troncato, la mia “malattia” mi porterà ancora in quell’isola, chissà se non ne esca ancora qualcosa. Grazie per essersi compenetrata,

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