Romanzo d’appendice – 24

I WANT TO TELL YOU

Come infinite altre volte, Jeff e Livia sono uno davanti all’altra. Frequentano da sempre lo stesso ambiente, si incontrano spesso e volentieri, ad ogni evento artistico di un certo rilievo sulla piazza romana e qualche volta anche fuori. Un rapporto consolidato tra professionisti, che nasconde però, come sappiamo, un passato ben più complicato. Un legame emotivo fortissimo, denso di amore, contraddizioni, sensi di colpa.
La favolosa Ingrid si era accorta che quell’incontro così insignificante col pischelletto aveva generato qualcosa di incredibilmente importante, come spesso la casualità che regola le umane vicende decide di fare. E, afferrando il toro per le corna, aveva informato il giovanotto delle conseguenze di quella notte di passione, con tutta la lucidità che la sua eccentrica personalità le consentiva.
Lui aveva fatto orecchie da mercante, terrorizzato dai cambiamenti irreversibili che una paternità a diciassette anni gli avrebbe presentato. Ma lei non aveva fatto una piega. Livia sarebbe nata e sarebbe stata la sua bambina, figlia dell’arte e dello spirito di un tempo irripetibile. Sarebbe stata felice con lei e con un gruppo di pazzi geniali, che l’avrebbero accolta e adottata senza i condizionamenti tipici della morale borghese. E così era stato.
Ma dopo? Gli uomini cambiano, lo spirito del tempo muta col passare degli anni, i sentimenti invece restano e si rafforzano. Soprattutto quelli di un padre che non può dimostrare a sua figlia di esistere, di esserci davvero. E quelli di una figlia che, passata la sbornia di un’infanzia anomala e straordinaria, pensa inevitabilmente alla
figura che gli è sempre mancata.
“Ciao Livia, sei sempre bellissima.”
Il solito esordio banale, la solita frase fatta.
“ E tu sempre galante. Passavi da queste parti?”
“Ehm, sì, cioè, no. Sono venuto per chiederti una cosa ma..”
“Ma?”
“Ma in realtà lo sai, mi fa sempre un piacere non so come dirti, speciale ecco, vederti.”
“Anche a me, Jeff.”
Ed è vero, anche Livia è sempre contenta di vedere questo tipo strano. Questo tipo su cui, nella sua privatissima ricerca interiore, di cui mai niente è trapelato all’esterno, si sono concentrati dei sospetti importanti. Sarà il taglio degli occhi così simile, sarà quel modo di camminare spingendo il petto sempre in avanti con aria di
sfida, sarà il sesto senso che molti dicono esista.
Maricla, la più stretta collaboratrice di Livia nonché amica da sempre di Jeff, entra spedita nell’ufficio interrompendo un momento delicato. “Livia, ricordati che entro oggi dobbiamo chiamare New York, tassativamente. Oh, ciao Jeff, non sapevo fossi tu. Todo bien?”
“Sì, ciao bella. New York dicevi? Eh, chi ve ferma a voi, siete in orbita, brave, brave.”
Al vecchio volpone non sfugge niente. Troppi New York nella stessa giornata, qua l’affare s’ingrossa.
“Tranquilla Mari, non me ne dimentico.”
L’occhiata di Livia è stata eloquente. Maricla si morde le labbra e torna di là sfoggiando un sorriso largo quanto posticcio.
“Eh, Livia. Ma sai che è strana sta cosa? Pensa che in un certo senso è proprio New York che mi ha mandato qua. Insomma, quasi. Cioè…”
“Ma va? Dimmi dimmi, sono tutta orecchie. Hai progetti americani?”
“No, insomma…Vabbè te lo dico. Con te non riesco a tenermi niente, chissà poi perché. E’ che una mezz’ora fa stavo al solito bar, a Trastevere. Quello sotto casa di… Cioè sotto quella che una vita fa era la casa di…”
“ Di Yoko, certo. Lo so bene.”
“Ecco, appunto, di Yoko. C’era una finestra aperta. C’era uno che innaffiava le piante e io… sono corso su. Quel tizio, il giardiniere, mi ha parlato lui, di New York. Ha detto una cosa che mi ha fatto pensare… Come se…”
“Mia madre mi ha sempre raccontato tutto di quegli anni, Jeff. Forse non proprio tutto per la verità…
Jeff è sempre imbarazzato, con Livia, e odia esserlo. Ma stavolta le batte tutte, è come se il terreno sotto i piedi si stesse muovendo per una lieve scossa di terremoto. Anzi, nemmeno tanto lieve.
Livia invece sembra aver raccolto tutta la determinazione necessaria, e va avanti come una spada.
“ Non so perché ti sto dicendo quello che ti sto per dire, Jeff. O forse lo so. Sì, la grande Yoko Ono viene a Roma. Anzi, ci torna. Tu l’hai conosciuta, allora, no? Torna per allestire una mostra importante, attesa da anni. E io, con l’aiuto di Maricla, sto organizzando la settimana di eventi che rilancerà la Roma artistica alla grande:
all’Auditorium, al MAXXI, forse anche alla Nuvola di Fuksas, se ce la danno. Era questo che volevi sapere?”
Jeff è spiazzato, resta lì, rigido, senza sapere cosa dire e soprattutto cosa pensare di questa rivelazione improvvisa.
“So che è questo, che ti interessa. E ti prometto che ci sarà spazio per te. Sei contento?”
“ Io non so cosa dire… Certo che sono contento. Per la verità sono anche allibito. Tu hai la capacità di leggermi nel pensiero, come…”
“Come cosa, Jeff?”
“Come faceva Ingrid, tua madre. Mica l’ho dimenticata, sai?” (Continua)

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