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S’Impara sbagliando > Si sbaglia imparando

Interagire con l’intelligenza artificiale richiede spirito critico, lo si ripete spesso. Più raramente ci si chiede cosa significhi davvero esercitarlo, quanto tempo richieda e quali competenze presupponga. Vale la pena partire da un’osservazione concreta che chiunque abbia usato questi strumenti ha fatto almeno una volta: con l’AI si impara velocemente quasi sempre qualcosa che prima non si sapeva. È questo il suo valore più evidente e più potente.
Ma ciò che si apprende non è necessariamente corretto, completo o ben fondato, e capire se lo sia può essere difficile, a volte molto difficile. Qui emerge un primo paradosso, che riguarda non solo la qualità delle informazioni, ma la capacità di valutarle. L’AI aumenta enormemente la disponibilità di contenuti e spiegazioni, ma allo stesso tempo eccede la capacità dell’utente di verificarli.
Più informazioni, più velocemente, più fluentemente, ma anche più elementi da controllare, più presupposti impliciti, più margini di errore difficili da individuare. Questa eccedenza cognitiva non colpisce tutti allo stesso modo. Chi possiede una cultura solida, abitudini critiche consolidate, conoscenze pregresse in un campo, è in grado di usare l’AI in modo riflessivo: dialoga, contesta, integra. Chi ne ha meno, e sono la maggioranza degli utenti, tende ad accettare l’output nella sua forma, perché è plausibile, scorrevole, convincente.
L’avvento dell’AI non riduce l’importanza della cultura di base, la aumenta. Chi pensa che l’AI possa compensare una preparazione lacunosa si sbaglia, e in modo potenzialmente pericoloso. Chi ha strumenti li vede moltiplicati; chi non li ha riceve risposte che non è in grado di valutare.
Il risultato è una nuova forma di analfabetismo, più insidiosa di quella tradizionale perché mascherata: l’utente crede di sapere, ha accesso a spiegazioni articolate, produce testi coerenti, ma non ha interiorizzato nulla, non ha sottoposto nulla a vaglio critico, non sa distinguere ciò che è fondato da ciò che non lo è.
I disclaimer che accompagnano molti sistemi “può commettere errori, verifica le risposte” rappresentano una forma di trasparenza minimale. Informano del rischio, ma non riducono l’asimmetria tra ciò che l’utente riceve e ciò che sarebbe necessario per valutarlo. La responsabilità della verifica viene formalmente attribuita all’utente, senza che gli vengano forniti strumenti proporzionati per esercitarla.
Nella tradizione educativa, l’errore non è un malfunzionamento: è lo strumento principale del progresso cognitivo. Sbagliando, s’impara. L’errore obbliga a rivedere gli schemi, a tornare sul problema, a costruire comprensione più solida. Il professore, figura centrale di questo processo, non trasmetteva solo contenuti: correggeva gli errori, nel correggerli spiegava il perché erano stati commessi, cambiava il modo di ragionare, forniva elementi che rafforzavano lo spirito critico.
Quando si interroga AI, si impara sbagliando e non c’è nessun professore che possa correggere gli errori. Deve farlo l’utente; AI fornisce informazioni corrette ma contemporaneamente alcune possono non esserlo. Chi non possiede adeguate capacità critiche non è in grado di individuare eventuali errori nelle risposte così ben formulate e così coerenti. L’errore da momento positivo si trasforma in elemento negativo: vero e falso si mescolano e si sedimentano insieme, producendo un apprendimento cieco che non forma, ma deforma.
Da un lato l’AI offre accesso a spiegazioni e contenuti in modo immediato e capillare; le sue risposte orientano scelte e decisioni. Dall’altro può commettere una forma di errore che ignoravamo, fluente, plausibile, priva di attrito. Non ha la faccia del professore che contraddice. Ha la forma della certezza. Viene così meno la forza che attribuivamo all’errore: usarlo come leva cognitiva. Per questo, non meno cultura, ma più cultura. Non meno rigore critico, ma più rigore critico. Non delegare il ragionamento allo strumento, ma usare lo strumento con un ragionamento già formato.
La differenza tra chi userà l’AI per pensare meglio e chi ne sarà dominato senza accorgersi degli errori che, insieme alle cose corrette, diventeranno parte del proprio bagaglio culturale, non la farà lo strumento. La farà ciò che si sapeva prima di usarlo. Più che mai occorre ricordare ciò che con inchiostro e pennino scriveva Gramsci: “Istruitevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra intelligenza”.

4 commenti su “S’Impara sbagliando > Si sbaglia imparando”

  1. Daniela Agostini

    Liceo classico per tutti per affrontare consapevolmente e criticamente la AI; per lavorarci insieme ma non perdere mai il controllo !!!

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