Irene negli anni 70 frequentava l’università. In quegli anni si respirava aria di libertà, si capovolgevano valori fino ad allora ritenuti assoluti. In quasi tutte le facoltà c’erano assemblee, nascevano i collettivi. In tutte, non in quella di giurisprudenza, dove, per usare un eufemismo, si era prudenti. I compagni e le compagne di Irene erano per lo più di destra e pretendevano di dettare ritmi, stili e scelte, anche di vita. La sorpresa ci fu da lì a poco. Molte e molti di costoro, cambiata città, adeguatisi, alla velocità della luce, al vento che continuava a girare a sinistra, si riciclavano nelle vesti insospettabili del “non essere stati mai a destra”. Finirono per occupare posti di potere alla maniera di cui avevano abbondantemente dato prova di essere capaci.
Nella vita reale si viveva con l’ incrollabile certezza che i tempi erano cambiati.
Irene sentiva che non esisteva più la famiglia di una volta. Famiglia erano le donne, le amiche e gli amici che condividevano le stesse letture, gli ideali, le lotte, i proclami.
Poi c’era l’Udi, Unione Donne Italiane, invisa alle femministe, quelle toste, a sinistra che più a sinistra non si può. Le cene con le donne sapevano di retorica, come la distribuzione delle mimose all’8 di marzo. Eppure era un imperativo esserci in qualche modo, garantire la presenza.
Poi, verso la fine degli anni 70, la difesa della legge 194 a tutela della maternità consapevole e della depenalizzazione dell’aborto, vide unite tutte le donne da nord a sud del paese, femministe e non, oltre alla maggioranza della società civile. Irene andava fiera di se stessa e di quelle conquiste che in parte, si diceva, erano da ascrivere anche a suo merito.
Intanto, le piaceva farsi leggere i tarocchi. Aveva poco più di 20 anni, eppure viveva con la paura di restare senza amore. Una volta le carte le predissero felicità, promisero l’inizio di periodo d’oro che le avrebbe tolto ogni problema e fatto incontrare il grande amore.
E di lì a poco, conobbe Mauro.
Si sentiva felice mentre raccontava a Marianna che si era innamorata di lui e che lo avrebbe sposato. L’amore libero, in quegli anni, era considerato una parte centrale della rivoluzione culturale. Rappresentava la rottura drastica con le convenzioni sociali, morali e religiose. Gli approcci tra giovani erano diretti, con una grande disinvoltura nello scegliersi e viversi.
Mauro, da poco laureato in architettura, indossava l’eskimo e di notte attaccava sui muri di Genova, a Marassi, i manifesti di Lotta comunista. Molti compagni, raccontava in gran segreto, se ne stavano sui monti a fare esercitazioni. Ma sull’amore libero inteso come libertà di rapporti con più partners non si diceva d’accordo. Irene era ogni giorno più affascinata da lui. Non c’era dubbio che Mauro fosse l’uomo giusto per lei. L’immagine di lui duro e puro non riusciva a essere scalfita nemmeno dalle accuse di Luciana, compagna di partito, che gli rimproverava di essere il primo a fuggire appena avvertiva in lontananza il suono delle sirene della celere. Per il compleanno Mauro le aveva regalato ’il secondo sesso” di Simone de Beauvoir, un pilastro del femminismo esistenzialista che analizzava la condizione femminile. “Donna non si nasce, si diventa” era la celebre frase della scrittrice e a Mauro piaceva spiegarle che il genere è un costrutto sociale, non un destino biologico.
Le parlava di John Reed, l’unico americano sepolto nel Cremlino che si era recato a Mosca nella fase finale della rivoluzione per raccontare il popolo russo: soldati, operai, contadini, tutti alla ricerca di un mondo migliore nel libro “I dieci giorni che sconvolsero il mondo”.
Le sembrò che sposarlo fosse una cosa meravigliosa, la più giusta da fare.
Non si accorgeva del gran pasticcio in cui si stava cacciando. Quella scelta presa così in fretta non prometteva nulla di buono, perché spinta dal bisogno urgente di porre rimedio ad antiche ferite, ai vuoti dell’infanzia, alle solitudini, agli abbandoni, alle separazioni definitive. Avvenne infatti che di lì a poco, si ritrovasse a scegliere il momento giusto per parlare a Mauro della fine della loro storia. A marzo di quell’anno ci riuscì. Lui l’ accusava: “che velocità, ti senti forte perché hai l’Udi, le donne che ti sostengono, altrimenti non ne saresti capace”.
Negli anni seppe che lui aveva collezionato una serie di storie precarie. Poi, stregato da una donna più grande, sembrava essersi placato. Ma, preda dei demoni interiori mai affrontati e di ferite mai guarite, aveva subito traumi che avevano portato la sua mente già provata, ad ammalarsi definitivamente, senza appello e senza via d’uscita.
Dopo tanto rumore anche il resto della società era cambiato. Il ritorno al privato fu una reazione inaspettata. Dopo decenni di intensi cambiamenti, vissuti da molti anche in prima persona, l’idea che la società potesse ritirarsi nel privato sembrava impensabile.
Eppure accadde.
Irene stessa cambiando stile di vita conobbe il vero amore. Un compagno a cui non scompigliare la solitudine e in cambio ottenere che lui non scompigliasse la sua. Gratitudine.
E questo è tutto.

