Il_maneggione

Il maneggione

Italo mi ha telefonato subito dopo il mio licenziamento. “Ho una proposta da farti”, mi dice.
Lavoravamo insieme nella stessa ditta, lui come tecnico di produzione, io come responsabile export. Italo è stato costretto a dimettersi sei mesi fa, ed è ancora in cerca di lavoro, a cinquantacinque anni. Che proposta potrà mai farmi?
Incuriosita, vado all’appuntamento al bar sotto casa sua. Tra tavolini di pensionati che giocano a carte e flipper fracassati dai teppistelli del quartiere, mi dice che ha trovato un lavoro per me. Conosce un imprenditore che “ha fatto i soldi in Russia”.
“Che cosa esporta?” chiedo sospettosa.
“Ah! Di tutto! Dai maccheroni al panettone, al sapone. In Russia manca tutto, capisci?”
“Allora non ha un’azienda di produzione, è solo un agente”.
“No, no, lui vuoi metter su una ditta commerciale, con una linea propria, e quel che gli manca per farlo è un direttore vendite con un portafoglio clienti e un direttore tecnico per il magazzino”.
Ora capisco. Italo non trova più nessuno che lo assume, alla sua età, e cerca di vendersi attraverso il mio portafoglio clienti. “Italo, la ditta non esiste, non c’è neppure una sede, un ufficio coi terminali, un magazzino…”
“Guarda che lui è disposto a investire. Gli ho parlato di te, gli ho detto che hai un bel pacco di clienti esteri che potresti passare a lui”.
“I miei clienti comprano elettromedicali, non pastasciutta o detersivi”.
“Certo, certo, è di apparecchi medicali che stiamo parlando. Anche la mia esperienza è in quel settore. Tu hai i contatti coi distributori, io coi fornitori. Insieme, possiamo fare concorrenza a chi ci ha licenziato e mandarlo gambe all’aria!”
“Frena, Italo. Non possiamo far nulla senza un’azienda solida alle spalle. Il tuo amico è serio o è un bandito? Vuole il mio indirizzario e poi mi molla come gli altri?”
“No, no! Adesso Salvatore è in Russia. Ogni volta che torna, si porta una ragazza nuova. Vedessi che belle donne!” Italo è sposato con due figli adulti in età da lavoro, disoccupati.
“Chi è questo Salvatore?”
“Una bravissima persona. Era figlio di ciabattino, venuto dal niente. Ora la moglie ha la villa al mare. Sono separati, ma lui vuole restare qui per i figli”.
“Informati bene sulla sua situazione finanziaria”.
“Sta tranquilla. Ti farò sapere”.
Dopo una settimana, Italo richiama. “Vediamoci lunedì pomeriggio al bar di sotto. Ci sarà anche Salvatore”.
Mi vesto elegante e arrivo in orario. Spero che il bar sia solo un punto di riferimento per poi spostarsi da un’altra parte. L’ultimo incontro con Italo è stato una tortura, con tutto il baccano e il fumo delle sigarette e il tanfo di vino. Più che un bar è un’osteria. Aspetto fuori, decisa a non entrare. Aspetto un quarto d’ora in piedi e Italo non si vede. Vado a sedermi in macchina e, dopo un altro quarto d’ora, eccolo arrivare trafelato, con la tuta da ginnastica e gli zoccoli ai piedi.
“Mi spiace. Salvatore ha telefonato che oggi non fa in tempo. Dobbiamo rimandare al prossimo lunedì, stessa ora”.
“Ma come! Ha aspettato fino ad ora per fartelo sapere?”
“È in giro per le fabbriche della zona e sperava di liberarsi in tempo. Lo sai come vanno le trattative…”
Sono così irritata che vorrei troncare qui l’inesistente rapporto col signor Salvatore. Italo intuisce il mio malumore e si scopre. “Abbi pazienza fino a lunedì, per favore. Se non concludiamo con lui, non so dove andare a sbattere la testa”.
Sto perdendo il mio tempo, lo so, ma una specie di solidarietà con Italo mi spinge a questo incontro. Lui era bravo e scrupoloso sul lavoro. Se mi diceva che avrebbe preparato una spedizione per fine mese, a costo di lavorare la domenica, la spedizione partiva puntuale. Era consapevole delle sue capacità, non accettava le umiliazioni a cui il titolare lo sottoponeva, rispondeva a tono, e, quel che è peggio, voleva esser pagato per tutti gli straordinari.
Quando il lavoro era aumentato, aveva chiesto inutilmente un aiutante. Poi, dopo qualche baruffa, aveva ottenuto un ragazzo giovane, svelto, a cui insegnò tutto quel che sapeva. Il ragazzo percepiva un salario che era la metà del suo. “Giustamente,” diceva Italo. “L’anzianità costa”.
Non erano dello stesso avviso i titolari. Lo provocarono con litigate e insulti, prima una volta al mese (più o meno in coincidenza col giorno di paga), poi gli screzi ebbero cadenza settimanale, finché bastava scendere in magazzino per sentir gridare, quasi ogni giorno.
Italo tenne duro, ingoiò gli insulti. Aveva capito il loro gioco di stancarlo e provocarlo a dimettersi, ma cadde su una frase che gli rivolse il figlio del titolare, un ragazzo di appena vent’anni. Questo sbarbatello, che viaggiava col cellulare costoso e la Mercedes pagati dal padre, lo zittì chiamandolo “vecchio scemo”. Fu la goccia finale. Quel pomeriggio Italo andò a negoziare le sue dimissioni e poi venne a salutarmi al piano di sopra, il piano nobile, lo chiamava lui, quello delle segretarie e della direzione.
Ancor più del pressante bisogno finanziario, quel che motiva Italo è la smania di rivalsa. Non avendo voluto far valere i propri diritti sindacali, cerca ora una “giustizia” propria. Si illude che il suo amico Salvatore ed io lo riscatteremo dandogli una seconda chance prima della pensione, un lavoro direttivo fatto di viaggi all’estero, di bei vestiti e di rispetto. Italo sogna ad occhi aperti e si è attaccato a me come alla sua ultima àncora. Non ho saputo dirgli di no fin dall’inizio, ed ora aspetto un’opportunità, la più indolore possibile, per tirarmi indietro.
Il lunedì successivo Italo è puntuale in attesa davanti al suo bar. Dopo mezz’ora di ritardo arriva Salvatore su una berlina nera coi vetri oscurati. Seduta accanto a lui c’è una giovane donna dai capelli rossi. Scendono dall’auto, ci presentiamo e stringiamo le mani. Salvatore è bruno, tarchiato, sulla cinquantina, con doppiopetto slacciato, camicia bianca aperta sul petto villoso a mostrare un grosso crocefisso d’oro. Sembra un ostensorio da processione. Quando mi stringe la mano, vedo luccicare un bracciale pesante come la catena di una motocicletta, e le mie dita inciampano in un grosso anello vescovile.
La ragazza sa qualche parola di italiano. È carina, longilinea, bel sorriso con denti che necessitano l’intervento finanziario di Salvatore, ma che le danno un’aria sbarazzina, da contadina russa. Mi osserva con sospetto, poi capisce che non intendo farle concorrenza e si scioglie, fa la spiritosa.
Decidiamo di andare a sederci in un bar più decoroso. Ci porta Salvatore nella sua auto, piena di dépliant pubblicitari e tanfo di sigarette. Mentre i due uomini ordinano al banco, io e la russa andiamo alla toilette. Quando torniamo a sederci al tavolino, finalmente Salvatore la presenta.
“Questa è Sofia, la mia futura sposa”. Sofia mi guarda e fa una smorfia scettica. Ho avuto in odio Salvatore appena l’ho visto scendere dall’auto, ma trovo la sua donna arguta e la tempesto di domande.
“Come va adesso nel vostro paese?”
“Ah, stava meglio prima!” e ride coi denti storti.
“Perché?” le chiedo, rifiutandomi di guardare Salvatore e Italo, che già vorrebbero parlar di lavoro, prima che sia servito il caffè.
“Ah, ora c’è mafia e miseria e ammazza!” Sofia guarda Salvatore, che non approva tanta loquela. Non è andato fino in Russia per trovare una donna che chiacchiera più della moglie. Salvatore abbozza un sorriso e dice: “Sì, ma adesso in Russia c’è libertà di mercato”.
Sofia diventa subito seria e conferma. “Sì, adesso c’è grande libertà”. Mentre lui sollecita il cameriere, mi guarda e aggiunge: “Ma chi povero, più povero. Chi ricco, molto più ricco!” E da come spalanca gli occhi si capisce che lei ancora deve vedere la fine della miseria.
Ho capito, Sofia, non perderesti il tuo tempo con uno come Salvatore se non ti avesse promesso un futuro migliore. Ora quest’uomo cercherà di vendere illusioni anche a me e a Italo. All’arrivo delle tazzine di caffè inizia la contrattazione. Io faccio domande. Non ho fretta di mettere in mostra la mia merce, voglio conoscere chi sta comprando, ma Salvatore copre ogni risposta con una vaga nebbia, una cortina che sale più densa del fumo delle sigarette.
Dov’è la sede della nuova azienda? Non c’è problema, si trova. E lei è disposto ad assumermi regolarmente a tempo indeterminato? Senza dubbio. Questo è il fisso che chiedo, questa la percentuale. Accetta? Accetto. Mi chiedo come fa a promettere tutte queste cose e poi a mantenerle, ma Salvatore non batte ciglio. Italo incalza: “Quando possiamo cominciare?”
Metto le mani avanti. “Finché non sarò saldata delle provvigioni maturate con la vecchia azienda, non sono libera di farle concorrenza, o perderei tutto”.
“Va bene,” dice Salvatore. “Ci farà sapere lei quando è libera”.
Italo sa che passeranno dei mesi prima che la ditta mi saldi e si muove irrequieto nella sedia. “Scusa, Salvatore, ma io nel frattempo potrei iniziare con te?” Salvatore lo guarda con l’occhio inespressivo. “Magari accompagnarti in un tuo viaggetto a Mosca?” Salvatore fa una smorfia di sorriso e lascia cadere la domanda senza rispondere. Si rivolge a me.
“Quando sarà libera di lavorare per me, vorrei che curasse un progetto di utilità sociale senza scopo di lucro. Inviare medicinali in Russia è costoso, ci sono impedimenti doganali, tasse e burocrazia a non finire. Molte associazioni benefiche da tutto il mondo esportano medicinali nell’Europa orientale. Essendo donazioni, sono esenti da tasse e da qualsiasi restrizione. È da tanto che ho in progetto di fondare un’associazione benefica per i bambini di Chernobyl…”
Salvatore si interrompe e aspetta la mia reazione. Mi ha sorpreso, ma attendo in silenzio il resto della storia. Italo si rigira nella sedia, senza capire il suo ruolo in tutto questo. Salvatore si rivolge a lui. “I bambini bielorussi e ucraini, nati dopo l’esplosione della centrale nucleare, sono stati esposti alle radiazioni e soffrono di tumori e leucemia. Mentre la signora organizza la raccolta di donazioni di medicinali da parte di ospedali e opere pie, tu Italo avresti da gestire il magazzino e le spedizioni”. Italo ancora non vede dove stia l’utile.
Salvatore mi guarda e crede che anch’io aspetti di vedere il colore dei soldi in questo affare. Spegne la sigaretta e si alza. “Una volta passata la frontiera, è una sciocchezza smistare i medicinali e venderli liberamente sul mercato”. Finalmente Italo ha mangiato la foglia e il suo viso si illumina in un sorriso sornione.
“Pensate”, dice Salvatore. “Medicinali che non ci costano una lira e che possiamo rivendere al mercato nero a peso d’oro”. Italo si alza eccitato. “Geniale, geniale!”
lo sono l’unica rimasta seduta. Sofia è in piedi accanto a Salvatore e guarda fisso verso la strada. Non mi aspettavo che Italo fosse così cinico.
Ci salutiamo davanti al bar senza più dirci nulla, e Italo mi accompagna all’auto. Mi dice: “Hai visto che uomo brillante?”
“Brillante?”
“Non ha fatto problemi di denaro con te. È generoso, insomma, è brillante”.
Lo guardo dritto in faccia: “Io invece non sono così brillante da saper vendere anche i bambini di Chernobyl”.

 

 

5 commenti su “Il maneggione”

    1. Patrizia Tenda

      Rita, grazie. Non avevo pensato a un simile accostamento col Truffatore in Capo! Il maneggione della mia storia è la versione buzzurra italica, che riesce sempre ridicola, mentre in USA è feroce e tragica.

  1. Dico sempre le stesse cose: siamo malati di potere e denaro, sono tumori che non lasciano speranze!
    Ci vuole l’aiuto di Dio, ma non crediamo più a Lui e quindi neppure nel diavolo che ci manovra come burattini.
    Tristezza infinita😔

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Torna in alto