Dopo averla letta, si sente l’esigenza di rileggerla. Non perché sia complicata da capire o perché il linguaggio sia poco comprensibile, ma per la densità delle affermazioni, la lucidità dell’analisi, la percezione di non averne capito tutti i risvolti, religiosi, politici, sociali e il diverso impatto che potrà avere verso le altre istituzioni statali, le organizzazioni economiche, le altre confessioni religiose, i grandi gruppi imprenditoriali privati che di fatto gestiscono lo sviluppo dell’intelligenza artificiale.
La lettura è tanto più interessante in quanto la Magnifica Humanitas si discosta dal già significativo corpus sull’AI prodotto dal Vaticano: la Rome Call for AI Ethics, la Laudate Deum, Antiqua et Nova, i Minerva Dialogues. Rispetto a quei documenti, questa enciclica non si limita a enunciare principi o descrivere rischi: prende posizione, usa verbi forti, introduce concetti nuovi, e lo fa con la forza dottrinale che solo un atto del magistero papale può dare.
Mentre la leggevo ho anche pensato che il Papa quando ha scelto il nome di Leone XIV già pensasse a questa enciclica. Il documento è articolato in cinque capitoli per 245 paragrafi. Consiglio di leggerla tutta e la metto in allegato. Per chi pensasse che si tratta di un documento di poco conto, credo che si sbagli, che probabilmente poco ha compreso di quanto sta accadendo.
Per invitare alla lettura, qualora ce ne fosse bisogno, dico che l’enciclica si apre con una frase programmatica che è anche una scelta di campo: “La magnifica umanità creata da Dio si trova oggi di fronte ad una scelta decisiva: innalzare una nuova torre di Babele o edificare la città dove Dio e l’umanità abitano insieme”. L’alternativa non è tra progresso e oscurantismo: è tra due modi di costruire. Babele è il simbolo del potere che si chiude a Dio, omologa tutto, sacrifica le persone all’efficienza. La città di Dio e dell’uomo insieme è il simbolo della tecnologia al servizio della persona.
Questa metafora è il filo conduttore che attraversa tutta l’enciclica, incarnata nelle due icone bibliche a cui Leone XIV torna più volte: Babele come diagnosi del potere che si assolutizza, e il libro di Neemia come proposta, una città che rinasce non grazie all’iniziativa di una singola persona, ma “attraverso la responsabilità condivisa di tutto il popolo: sacerdoti, artigiani, capifamiglia, donne e giovani”.
L’enciclica affronta l’assoluta novità delle nuove tecnologie, rimarcando che «Mai l’umanità ha avuto tanto potere su se stessa», un monito a chi sostiene che in fondo non ci sia nessuna differenza con quanto avvenuto in passato. Ma il passo più politicamente rilevante è il successivo: Leone XIV chiarisce come sia in atto un trasferimento del potere tecnologico dagli Stati ai privati. “Un tempo erano soprattutto gli Stati a guidare e indirizzare l’innovazione. Oggi, invece, i principali motori dello sviluppo sono attori privati, spesso transnazionali, dotati di risorse e capacità di intervento superiori a quelle di molti governi”. “Il controllo delle piattaforme, delle infrastrutture, dei dati e della capacità di calcolo non è appannaggio degli Stati, ma di grandi attori economici e tecnologici che, di fatto, fissano le condizioni di accesso, le regole della visibilità e le possibilità stesse di partecipazione. Quando un potere di tale portata si concentra in poche mani, tende a farsi opaco e a sfuggire al controllo pubblico, e cresce il rischio di uno sviluppo distorto che genera nuove dipendenze, esclusioni, manipolazioni e disuguaglianze”.
L’implicazione politica è lasciata sospesa ma visibile: se le grandi aziende tech hanno risorse e capacità di intervento superiori a quelle di molti governi, allora né la regolamentazione nazionale né quella europea sono sufficienti. Serve qualcosa di sovranazionale. L’enciclica non lo nomina, ma ha costruito il fondamento
logico che lo rende necessario. Con lucidità Leone XIV nomina ciò che va fatto con una parola che non appartiene al lessico tradizionale del magistero: “Disarmare l’IA significa sottrarla alla logica della competizione armata, che oggi non è più solo militare ma economica e cognitiva. È la corsa all’algoritmo più performante e alla banca dati più vasta, al fine di consolidare un vantaggio geopolitico o commerciale su tutti gli altri. Disarmare vuol dire rompere questa equivalenza tra potenza tecnica e diritto di governare. Disarmare non significa rinunciare alla tecnologia, ma impedirle di dominare l’umano. Significa sottrarla ai monopoli, renderla discutibile, contestabile, e quindi abitabile, restituendola alla pluralità delle culture umane e delle forme di vita. Il compito, oggi, non è solo etico o tecnico: è ecologico nel senso più radicale, perché chiama in causa una nuova dimensione della nostra Casa comune. L’IA è già ambiente in cui siamo immersi e potere con cui dobbiamo fare i conti. Per questo, non basta regolarla: va disarmata e resa ospitale.”
Il resto, il colonialismo dei dati, le nuove schiavitù, il perdono per quelle storiche, è nell’enciclica. Buona lettura.

La prima enciclica di Papa Leone XIV
Intelligenza artificiale Leone XIV Potere
