Ogni generazione ama la propria musica. Poi il tempo passa e quella stessa musica sembra servire solo a qualche vecchio per evocare ricordi lontani. Fatichiamo a ricordare gli eventi storici più importanti, figuriamoci gli artisti che hanno segnato un’epoca.
La memoria, soprattutto in Italia, è spietata. Da noi i cantanti del passato vengono archiviati in un cassetto, come fotografie ingiallite. E se ti azzardi a tirarli fuori durante una cena, giusto per creare un po’ d’atmosfera, rischi pure di essere preso in giro: “Ma che metti? Nilla Pizzi? Natalino Otto? Jula De Palma? Dai, fai partire quelli di X Factor…”.
Il punto è che oggi le canzoni di molti giovani artisti non dialogano più con la nostra tradizione. Non la studiano, non la reinterpretano. Cantano bene, certo, ma senza un legame con chi li ha preceduti. Una musica senza radici, alla lunga, non lascia traccia. Saper fare i conti con la propria tradizione rinnovandola è sempre stata una capacità dei grandi, dei veri grandi.
Tra tutti, la prima che viene in mente è Mina. In lei convivono modernità e memoria. Ha rivoluzionato la musica leggera, ma non ha mai dimenticato la bellezza di ciò che l’aveva preceduta. Non a caso il suo primo 45 giri fu una canzone napoletana, quella forma musicale che più di tutte sa tenere insieme poesia e melodia. Mina non è stata certo la sola.
Modugno, Morandi, Celentano, Battisti, e tanti altri, ognuno a modo suo, hanno saputo congiungere passato e presente. Da poco ci ha lasciati Ornella Vanoni. I suoi funerali hanno suscitato una grande emozione, un’ondata affettuosa e sincera. Ma, come spesso accade, è stata l’emozione intensa di un giorno. Questo lascia una sensazione amara, come se il viale del tramonto per certi artisti iniziasse non nel momento in cui se ne vanno, ma in quello in cui smettiamo di far vivere la loro musica nella nostra quotidianità.
Ornella aveva un’eleganza antica, una consapevolezza rara e quella complicità speciale con un altro gigante che non dovremmo mai smettere di ascoltare, Gino Paoli. Sono nomi che hanno plasmato il modo di sentire di intere generazioni. Frammenti di un’eredità che, però, stiamo rischiando di perdere.
Come verso la fine degli anni Sessanta non si ascoltavano più Nilla Pizzi, Natalino Otto, Jula De Palma e gli interpreti del decennio precedente, mi chiedo se la stessa sorte non sia ormai sul punto di toccare anche ai cantanti degli anni Sessanta e Settanta, forse la stagione più bella della nostra musica leggera.
Viviamo in un’epoca che dimentica troppo in fretta. Tutto corre velocemente. I generi cambiano, si mescolano, vengono riscritti perfino dall’intelligenza artificiale, ma sempre meno interagiscono con la tradizione musicale che li ha preceduti. I media trasmettono solo il presente, l’istante, promuovono il consumo immediato. Quello che è stato, semplicemente, cade nel dimenticatoio.
Eppure non mancano le eccezioni. Ci sono artisti giovani che sanno ancora guardare indietro per andare avanti. Tra questi, Andrea Laszlo De Simone, il suo brano Vivo (clicca qui) richiama i grandi interpreti del passato e quelle venature di malinconia nella voce riportano in superficie un genere che alcuni considerano archeologia, ma che in realtà più di altri continua a parlare a molti. La canzone all’italiana rinasce con candore, lontana dai ritmi martellanti della trap, da una certa gastronomia musicale dei talent, da cantanti che confondono la trasgressione con il conformismo.
Per fortuna, c’è ancora chi possiede la curiosità e il desiderio di sapere chi eravamo, per capire, davvero, chi siamo oggi.

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Andrea Laszlo De Simone Innovazione Tradizione

Tutto vero. Mi chiedo se qualcuno ricorderà, tra 5 o 10 anni, un brano della musica di oggi: se mai, una canzone dei tempi attuali, potrà essere definita “immortale ” come tante del passato di Artisti che hanno lasciato una vera traccia nella musica. Mi auguro che qualcosa possa cambiare, che torni la figura autentica del “cantautore “, che testi e melodie tocchino il cuore come accadeva una volta e come succede ancora quando riascoltiamo certe bellissime canzoni.
“Una musica senza radici non lascia traccia”. Troppo spesso, sedotti dalla musica anglo-americana, molti artisti hanno perso di vista il patrimonio musicale italiano. Naturalmente non tutti. Mi auguro che non siano confinati in nicchie sempre più marginali.
Il viale del tramonto per certi artisti inizia non nel momento in cui se ne vanno, ma in quello in cui smettiamo di far vivere la loro musica nella nostra quotidianità.