Caricamento

Digita la ricerca

Scritture

Massimi sistemi sui dialoghi #04

EUGENIO SAGUATTI
2.344 visite

Una delle questioni che tolgono il sonno a chi scrive è la rappresentazione grafica dei dialoghi.
Esistono tre modi per indicare una battuta di parlato, o dialogo diretto.

• All’italiana, con i cosiddetti caporali, ovvero « », che non sono i doppi segni di maggiore e minore, << >>.
Molto usato: Mondadori, Garzanti, Guanda, Salani, Newton Compton, Minimum fax, Sperling & Kupfer, Frassinelli, Rizzoli.

• All’americana, con la lineetta, o trattone medio –, non il segno meno -.
Meno frequente: Feltrinelli, Bompiani.

• Con le virgolette doppie in apice, “ ”.
Raro. Einaudi, Adelphi.

In Windows i caporali si ottengono da tastiera con la combinazione di tasti:
Alt+174 = «
Alt+175 = »

Il trattone è Alt+0150 oppure, ma solo in Word, Ctrl + -.

In Mac OS:
Alt + 1 = «
Alt + Maiusc +1 = »
Alt + – = –

Una furbata potrebbe essere usare il correttore automatico. A seconda della versione, si tratta comunque di trovare Opzioni di Word → Strumenti di correzione → Opzioni correzione automatica → sostituire << con « e >> con ».
Idem per il trattone: due volte il segno meno — diventa –.

scorciatoie-da-tastiera-per-saguatti

I caporali e le virgolette aprono e chiudono un discorso, attaccati senza spazi alle parole che contengono (come le parentesi).
«Ciao.»
Oppure:
“Ciao.”

Con intervento del narratore:
«Ciao» disse Paola. «Come stai?»
Oppure:
“Ciao” disse Paola. “Come stai?”
Adelphi, Salani e Nord fanno eccezione, usano – o usavano – i caporali, ma con lo spazio tra segno e parola:
« Ciao » disse Paola.

Il trattone invece viene messo solo in apertura, oppure per distinguere il parlato dal narrato, e ci va lo spazio in mezzo.
– Ciao.
Con narratore:
– Ciao – disse Paola. – Come stai?

Non c’è un metodo giusto e uno sbagliato, è questione di scelte editoriali. L’unica cosa che conta davvero è non fare i mix. Scegliamo la versione che ci piace di più e adottiamola per tutto il romanzo.

Le virgolette sono considerate sorpassate, perché creano confusione. Quando c’è bisogno di segnalare una parola inconsueta (in gergo, per esempio), o che assume un significato particolare in quel contesto, bisogna ricorrere alla virgoletta semplice (o apice).
“Odio questo ‘coso’ che ti porti appresso.”

Anche per riportare il pensiero ci sono soluzioni differenti.

Con corsivo:
Chissà perché non mi ha risposto, pensò Paola.

Soltanto con l’accompagnamento del verbo dichiarativo:
Chissà perché non mi ha risposto, pensò Paola.

Fino a qui, siamo d’accordo tutti, o quasi. Le rogne arrivano con la punteggiatura. Dove va messa? Fuori, dentro, mezzo e mezzo? Argomento spinoso. Proviamo a capirci qualcosa.
La punteggiatura di tono, ovvero quella che varia l’intonazione della voce, va sempre dentro ai segni di interpunzione: punto interrogativo, esclamativo, puntini di sospensione.
Perciò:
“Come stai?”
“Bene!”
“Sicuro che…”

«Come stai?»
«Bene!»
«Sicuro che…»

Con il trattone il problema non c’è.
– Come stai?
– Bene!
– Sicuro che…

E qui arriva il bello.
La punteggiatura semplice viene gestita a seconda del gusto: alcune case editrici la preferiscono dentro i segni di interpunzione, altre la mettono fuori.
“Mi fa piacere vederti.”
«Mi fa piacere vederti.»
È forse il metodo più diffuso. Lo adottano Feltrinelli, Mondadori, Bompiani, Guanda e altri.

Oppure:
“Mi fa piacere vederti”.
«Mi fa piacere vederti».
A questa scuola appartengono Adelphi, Garzanti, Salani.

Le frasi rette esternamente, ovvero quelle con l’intervento del narratore in apertura o in chiusura, complicano un po’ le cose. Due sono le soluzioni più comuni.

Tipo 1: punteggiatura fuori.
“Salve”, disse Cunegonda.
«Salve», disse Cunegonda.
– Salve –, disse Cunegonda.

Oppure:
Cunegonda disse: “Salve”.
Cunegonda disse: «Salve».
Cunegonda disse: – Salve.

Con il narratore in mezzo.
“Salve”, disse Cunegonda, “benvenuti”.
«Salve», disse Cunegonda, «benvenuti».
– Salve –, disse Cunegonda, – benvenuti.

Tipo 2: punteggiatura dentro.
“Vattene,” rispose Sigfrido.
«Vattene,» rispose Sigfrido.
– Vattene, – rispose Sigfrido.

Oppure:
Sigfrido rispose: “Vattene”.
Sigfrido rispose: «Vattene».
Sigfrido rispose: – Vattene.

Con il narratore in mezzo.
“Vattene,” rispose Sigfrido. “Mi hai seccato.”
«Vattene,» rispose Sigfrido. «Mi hai seccato.»
– Vattene, – rispose Sigfrido. – Mi hai seccato.

sorriso2-cure-rosso-sfondo-giallo

Altra faccenda dibattuta: se e dove inserire la punteggiatura.
C’è un trucco empirico che potrebbe cavare d’impaccio nella stragrande maggioranza dei casi.
Pensate la frase senza segni di dialogo, qualunque sia la sua composizione. Piazzate la punteggiatura che ci andrebbe e dopo aggiungete virgolette, caporali o trattoni.

Non ho idea sospirò Berengario di quanto mi verrà a costare.
Diventa:
Non ho idea, sospirò Berengario, di quanto mi verrà a costare.

Da cui:
“Non ho idea”, sospirò Berengario, “di quanto mi verrà a costare”.
«Non ho idea», sospirò Berengario, «di quanto mi verrà a costare».
– Non ho idea –, sospirò Berengario, – di quanto mi verrà a costare.

Questo se avete deciso che la punteggiatura deve stare fuori.
Oppure:
“Non ho idea,” sospirò Berengario, “di quanto mi verrà a costare.”
«Non ho idea,» sospirò Berengario, «di quanto mi verrà a costare.»
– Non ho idea, – sospirò Berengario, – di quanto mi verrà a costare.
Se avete optato per la punteggiatura dentro.

Altra scuola di pensiero: la punteggiatura ci va solo se ci andrebbe anche senza l’inciso del narratore.
Esempio. La frase originale sarebbe:
“Non ho idea di quanto mi verrà a costare.”
Non c’è bisogno di punteggiatura, quindi l’inserimento del narratore potrebbe essere:
“Non ho idea” sospirò Berengario “di quanto mi verrà a costare.”

Invece:
“Mannaggia, non ho idea di quanto mi verrà a costare.”
Per cui:
“Mannaggia,” sospirò Berengario, “non ho idea di quanto mi verrà a costare.”

Anche in questo caso non importa tanto l’uno o l’altro metodo, quanto piuttosto la coerenza.
Sfogliate i libri che avete in casa, trovate la soluzione che vi piace di più, studiatela a fondo, in tutte le declinazioni e copiatela.
In fase di correzione potrebbe essere una buona idea lanciare su tutto il documento una ricerca, per stanare eventuali sviste.
Trova [ ». ] sostituisci con [ .» ]
E il resto di conseguenza.

Il dialogo riportato, ovvero quando un personaggio riferisce tali e quali parole altrui, si inserisce tra virgolette.
«Mi ha detto: “Lascia perdere”.»
– Mi ha detto: “Lascia perdere”.

Nel caso le virgolette siano già utilizzate per il dialogo normale, si ricorre alle virgolette semplici.
“Mi ha detto: ‘Lascia perdere’.”

Una battuta di dialogo molto lunga si tratta come un monologo. Quando c’è l’esigenza di andare accapo – perché si cambia concetto, per esempio – non si chiudono caporali o virgolette, ma si riaprono nella riga nuova. In questo modo si segnala che è sempre la stessa persona a parlare.
«…capito adesso che casino?
«Senza contare che…»
Oppure:
“…capito adesso che casino?
“Senza contare che…”

Per segnalare i pensieri diretti di un personaggio, la convenzione più usata è usare il corsivo.
Ma come ci sono finito in questa situazione? pensò Venceslao.

Esistono delle varianti, da maneggiare con delicatezza.
Il corsivo senza verbi dichiarativi (pensò, rimuginò, ragionò tra sé, si disse):
Ma come ci sono finito in questa situazione?
In questo caso deve essere ben chiaro a chi appartengono i pensieri.
Altra opzione è senza virgolette, né corsivo, ma solo con il commento del narratore:
Ma come ci sono finito in questa situazione? pensò Venceslao.

Un ulteriore passo potrebbe essere l’inserimento dei pensieri direttamente nel racconto, senza nessuna segnalazione, come se il narratore avesse accesso alla mente del personaggio.
Esempio:
Venceslao si sedette sulla sponda del fiume.
Ma come ci sono finito in questa situazione?
Lanciò un sasso piatto sul pelo dell’acqua e contò i rimbalzi: due appena. Non era di buon auspicio.

A primo impatto sembra tremendo. In realtà si tratta di farci la mano. Una volta scelto il metodo che ci convince di più, ci vorrà poco esercizio per renderlo automatico e portarcelo dietro per sempre. Conviene investire un po’ di tempo a studiarcelo per bene.
Un manoscritto ordinato darà subito un’impressione positiva, si distinguerà dall’ammasso di testi pasticciati. Se lo si manda in giro, editori e giurie di concorsi ringrazieranno.

Tags:
EUGENIO SAGUATTI
EUGENIO SAGUATTI

Scrittore ed editor, ha esordito nel 2010 con "Caos a Qasrabad" e pubblica regolarmente articoli e racconti in particolare alternando fantasy e fantascienza. Per ed. Dana, nel 2018, ha pubblicato "Il Boss di New Orleans".

  • 1

Lascia un commento

Your email address will not be published. Required fields are marked *