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Attualità Società

VINCENT LAMBERT E LA VITA

GIOVANNA NUVOLETTI
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illustrazione di: Aglaja

L’alimentazione forzata e le altre cure sono state sospese. Ora il cuore di Vincent Lambert non batte più. Ma la polemica ferve ancora, e alcuni parlano di “omicidio”.
La maggior parte dei giornali ha nominato solo i genitori, cattolici ferventi che protestavano contro la decisione del tribunale. E non hanno fatto parola della moglie, sua tutrice legale, e di sei degli otto fratelli, che, col sostegno dei medici che l’avevano in cura, da anni lottavano contro quello che vedevano come un mostruoso accanimento terapeutico che teneva a forza il suo corpo in vita. Io non sono favorevole all’eutanasia, ma ho il dubbio che costringere con la tortura a restare qui un essere che se n’è andato da tempo, non sia una vittoria della vita, ma del feticismo.
E se dovessimo decidere noi? Se c’è il testamento biologico, sappiamo come fare. Ma comunque poi dovremmo affrontare il fatto di esserci – essere accanto a questo essere che amiamo, ha la faccia che amiamo, e chiude gli occhi per dormire e li apre la mattina, respira ma non c’è. Chissà. Il dilemma è: “tenerlo in <vita> è rispetto e amore, o egoismo e tortura? Io sono egoista, e forse terrei in vita a ogni costo il corpo amato. Forse. Per continuare a vederlo, a toccarlo, a immaginare di essere guardata, a parlargli, anche se invano. Certo, chiederei consiglio a un neurologo, e gli chiederei “prova dolore? Paura, terrore, nel buio della sua mente isolata nel nulla? Sogna? Oppure sente piacere come una pianta che riceve la sua acqua, mentre è nutrito e idratato?”
Il medico risponderebbe che non lo si può sapere. Alla fine non mi resterebbe che rivolgermi alla mia coscienza, e decidere.
Però ai giornali chiederei che, se proprio se ne dovesse parlare, non si intitolasse “vita contro la morte”, ma si fornisse una informazione completa, e non schieramenti ideologici.
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GIOVANNA NUVOLETTI
GIOVANNA NUVOLETTI

Sono nata nel 1942, a Milano. In gioventù ho fatto foto per il Mondo e L’Espresso, che allora erano grandi, in bianco e nero, e attenti alla qualità delle immagini che pubblicavano. Facevo reportage, cercavo immagini serie, impegnate. Mi piaceva, ma i miei tre figli erano piccoli e potevo lavorare poco. Imparavo. Più avanti, quando i ragazzi sono stati più grandi, ho fotografato per vivere. Non ero felice di lavorare in pubblicità e beauty, dove producevo immagini commerciali, senza creatività; ma me la sono cavata. Ogni tanto, per me stessa e pochi clienti speciali, scattavo qualche foto che valeva la pena. Alla fine degli anni ’80 ho cambiato mestiere e sono diventata giornalista. Scrivevo di costume, società e divulgazione scientifica, per diversi periodici. Mi divertivo, mi impegnavo e guadagnavo bene. Ho anche fondato con soci un posto dove si faceva cultura, si beveva bene e si mangiava semplice: il circolo Pietrasanta, a Milano. Poi, credo fosse il 1999, mi è venuta una “piccolissima invalidità” di cui non ho voglia di parlare. Sono rimasta chiusa in casa per quattro/cinque anni, leggendo due libri al giorno. Nel 2005, mi sono ributtata nella vita come potevo: ho trovato un genio adorabile che mi ha insegnato a usare internet. Due giovani amici mi hanno costretta a iscrivermi a FB. Ho pubblicato due romanzi con Fazi, "Dove i gamberi d’acqua dolce non nuotano più" nel 2007 e "L’era del cinghiale rosso" nel 2008, e un ebook con RCS, "Piccolo Manuale di Misoginia" nel 2014. Nel 2011 ho fondato la Rivista che state leggendo, dove dirigo la parte artistico letteraria e dove, finalmente, unisco scrittura e fotografia, nel modo che piace a me.

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