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Turner, la potenza del paesaggio
William Turner, La valorosa Téméraire 1838-39

Primi dell’800, William Turner vive con l’anziano padre e la domestica nella sua casa di Londra. Il padre ex barbiere gli fa da assistente, la domestica da amante saltuaria. Turner è già molto famoso, i suoi quadri sono esposti alla Royal Academy, di cui è membro dall’età di 14 anni. Viaggiatore instancabile, sempre alla ricerca dei paesaggi e degli spunti che diventeranno soggetti dei suoi dipinti. Il Turner tratteggiato dal regista Mike Leigh è un uomo ributtante, tozzo, sgraziato, che grugnisce e soddisfa i suoi istinti sessuali come un maiale. Un essere che inizialmente respinge e che pure nel volgere del lunghissimo film (150 minuti) conquista lo spettatore. Il suo sguardo fruga nella luce dell’alba, in quella del tramonto, nel chiarore della luna, coglie i colori dell’arcobaleno e quelli del cielo, si riflette nelle marine placide e in quelle tempestose. Turner arriva a farsi legare all’albero di una nave in balia dei marosi per cogliere al meglio la potenza degli elementi. Un uomo repellente all’aspetto eppure gentile, che si commuove al suono di una spinetta e alla morte dell’amatissimo padre. Che ormai anziano e malato trova l’affetto di una vedova di buon cuore che lo ama teneramente e si prende cura dei suoi affanni. Timothy Spall,  attore shakespeariano, è un fantastico Turner che, dopo aver vinto il premio europeo per la miglior interpretazione maschile, meriterebbe l’Oscar. Sue le mani sporche e grassocce che impugnano il pennello come fosse un badile, senza alcuna grazia. Suo lo sguardo da folle negli scatti d’ira che sempre più spesso lo colgono. Quasi un pazzo che sputa sulla tela per diluire il colore, che la graffia per incidere su un dettaglio, che la imbratta con le dita macchiate di uova e ortaggi. Ma il risultato è sempre di una bellezza travolgente. E il film di Leigh è una sorta di traduzione dei quadri del grande pittore britannico. Le sue opere più note, La valorosa Téméraire o Una nave incagliata, sono gli scenari stessi del film. Che insiste sulla bellezza dei paesaggi, dalle Fiandre alle bianche scogliere di Dover, che si sofferma sugli ambienti chiusi, sugli arredi: i piatti Wedgwood appesi alle pareti, i rami lucidi nelle cucine, i tendaggi da cui filtra morbida la luce e, in doloroso contrasto, sulla bruttezza di Turner, sugli eczemi purulenti che divorano il viso della domestica, sulle teste di porco in vendita al mercato. Bellezza e bruttezza che compongono la trama di un film che è un omaggio alla vita di un grande artista e allo stesso tempo uno spietato ritratto suo e della sua epoca. Fin troppo insistito lo sguardo del regista sulle storture fisiche e caratteriali del pittore, ma è forse un vezzo dei tempi, se si pensa al Leopardi di Martone ne Il giovane favoloso

«Dio è luce», bisbiglia Turner esalando l’ultimo respiro. Quella luce che aveva caparbiamente cercato in primo luogo dentro di sé. Turner, il grande pittore romantico che anticipò l’impressionismo. Un film importante, da vedere e da sfogliare come un catalogo d’arte.

 

 

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