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Solitario Capodanno a New York

Solitario Capodanno a New York

scritto da Angela Vitaliano

Ho sempre detestato Capodanno. Con la stessa intensità con cui amavo e amo il Natale. Ricordo che, puntualmente, appena dopo la mezzanotte, lasciavo la grande sala da pranzo di mia nonna, piena di gente, e mi chiudevo in bagno e piangevo.
In fondo, non ho affinità con nessuna festa che imponga allegria a tutti i costi: Capodanno, appunto, e Carnevale. Natale è diverso. Non si tratta di allegria. Anzi. Natale per me è una festa di speranza. Di fratellanza. Sebbene io non sia religiosa.
Sei anni fa, la notte del 31 dicembre, mi trovò ad Harlem, sommersa da una di quelle nevicate che ti fanno affondare fino al ginocchio e tutto è bianco e un po’ magico. Ad Harlem, però, lo ammetto, io non trovavo nessuna magia.
Mi sentivo sola come non mai in una casa che non amavo, in un quartiere che non amavo, in una città che mi stava forse voltando le spalle.
Accettai di lavorare quella notte. Per rabbia, per necessità, per rassegnazione, per disperazione. Con i piedi gelati in stivali poco adatti alla neve, arrivai in quella casa, dove restai sola, con un neonato che dormiva. Il frigo era pieno ma io non avevo fame. Non sentivo nulla. Solo desolazione.
Qualche giorno prima, casualmente, non su un sito di appuntamenti online, ma di compra vendita (stavo cercando qualcosa da comprare ma non ricordo cosa) avevo conosciuto questo ragazzo irlandese, R. Un malinteso (seguito da una sua scortesia) ci aveva spinti ad uno scambio di email per chiedere scusa e chiarirci.
Verso mezzanotte, per vincere quella disperazione che mi stava invadendo, mi misi a guardare in TV, “Harry ti presento Sally”. Un classico di Capodanno.
Dieci minuti prima della mezzanotte, Rob mi scrisse una mail. “Buon anno, che fai di bello?”. Anche lui era solo e anche lui guardava lo stesso film. Iniziammo a scriverci una mail dopo l’altra; a mezzanotte ci scambiammo gli auguri e alle 2, mentre in taxi tornavo a casa, mi chiese il numero di telefono. Restammo a chiacchierare fino alle 6 del mattino. Ricordo la luce dell’alba che mi sorprese sul divano, con un plaid addosso e una mano sul dorso di Dorothy. E un sorriso largo mentre dicevo “buonanotte e grazie per la compagnia”.
Qualche giorno dopo ci incontrammo. Lui arrivò con una rosa e un paio di guanti. Sapeva che avevo sempre le mani fredde. Era bello come un giorno di felicità. E ci siamo voluti bene.
No, continuo a non amare Capodanno. Continua a mettermi molta tristezza. E quest’anno di più, perchè mi mancheranno Michael e mia madre. Quella notte, però, come in un film, la vita mi ha abbracciato con tutta la sua meraviglia. Con tutto il suo stupefacente amore.
Perché la vita, poi, sa tenerti a galla per i capelli quando stai per annegare, se ti ci affidi. Di quella notte io ricordo la gioia. E quei cinque piani di scale che per una volta, forse l’unica mentre vissi a Harlem, mi sembrarono un passaggio verso il la più bella delle notti stellate.

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