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La tregua di Mario Benedetti

di Valeria Viganò

 

Di uomini qualunque, che da comparse assurgono a protagonisti, ce ne sono parecchi in letteratura, anzi la maggior parte hanno vite che, senza prevedere sangue e mirabolanti avventure, colgono nel segno, rintracciano un senso, ci obbligano a fermarci e riconsiderare la nostra stessa vita. Da L’uomo senza qualità di Musil al recente Stoner di Williams, abbiamo esempi di esistenze per nulla baluginanti, spesso monotone e grigie. All’apparenza. Leggendo La tregua dell’uruguaiano Mario Benedetti, riproposto da Nottetempo, ci troviamo di fronte a un romanzo di questo tipo.  Un libro particolare, scritto in forma di diario dal protagonista   Santomè. Vedovo da molti anni, con tre figli, Santomè sta per andare in pensione. Annota gli ultimi mesi che lo aspettano prima che accada, la quotidianità nell’ ufficio che lascerà, qualche incontro occasionale con le donne, l’incomprensione familiare con i tre ragazzi, ognuno dei quali è per il padre un enigma da sbrogliare. Poi, di colpo, si innamora di una ragazza molto più giovane di lui, e che lavora con lui. La figlia lo capisce, il figlio maggiore se ne tiene distante, il minore rivelerà al padre, che la disprezza, la propria omosessualità. Santomè è avvolto in un vortice, prende una casa per lui e la ragazza, vede un futuro diverso. È un inaspettato ultimo vagito, la vita che sorprende, la riscoperta di se stesso.  L’apertura al sentimento dell’uomo è commovente, prima titubante e scettica poi piena e inaspettata.  Un tiro mancino che lui asseconda, nello stupore della maturità, ma che rimarrà tale e diventerà uno scherzo atroce del destino. Ciò che rende il libro un gioiello pari a Musil e a Stoner è la potenza della scrittura (ma non pensiate sia roboante), e il ritmo che segue una gamma di sentimenti dispiegati in ogni sfumatura. L’uomo qualunque si innalza, diventando ciò che siamo noi tutti, piccoli eroi del vivere, speranzosi e disincantati, onesti e miserevoli, che insistono a rimescolare passato e futuro, nello sforzo sublime di accontentarsi del presente.

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