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Se Leopardi sapesse
Recanati Monumento a Leopardi

«Scusatemi?»

Mi guardo attorno e non vedo nessuno. Seduto su una panchina leggo il giornale e distrattamente guardo dei ragazzini giocare a calcio. Dietro di me c’è una statua, anch’essa seduta. Ha il busto riverso sulle ginocchia, ma la testa è sollevata. Il viso è magro, il naso aquilino. Ha la rendigote e i pantaloni da cavaliere.

«Scusatemi?».

Non c’è dubbio. La voce proviene dalla statua. Mi volto e, cercando di mantenere la calma, gli dico: «Si?».

Resto impietrito quando la vedo muoversi. Alza ancora, per quanto la postura glielo consenta, la testa e con la mano indica oltre la mia persona: «Voi, la vostra figura, da tanta parte dell’orizzonte il guardo esclude. La gabbia di metallo mi costrigne, di giorno, a sedere e mirare gli interminati spazi di là dalla panca dove ora siete voi, mentre di notte mi son compagni i sovrumani silenzi, e la profondissima quiete, ove per poco il cor non si spaura».

Vorrei gettarmi ai piedi del poeta: «Conte Leopardi, perdonatemi, sono mortificato, non mi ero accorto di escludervi la vista, di essere stato involontariamente la siepe dell’ermo colle. Per mia colpa non potete mirare questa immensità, e annegarvi il pensier vostro e assaporar il dolce naufragar in questo mare».

Parafrasavo L’Infinito e mi rendevo conto che l’orizzonte era alquanto poco infinito, occupato com’è da palazzoni della periferia. Leopardi sgrana gli occhi, allibito: «Ma cosa andate blaterando di immensità e dolci naufragi. Non vedete che l’orizzonte è colmo di brutti edifici che hanno rovinato questa città? Io vi pregavo di spostarvi solo per soddisfare il mio desiderio di guardare l’agone di questi giovani calciatori. Null’altro. Credetemi, l’infinito è finito. Non ci resta che il calcio!».

Offeso, mi sposto in un angolo della panchina. Non me ne vado solo per non fare un favore al monumento parlante.

Non passano cinque minuti che torna all’attacco: «Scusatemi?».

Non sono più disposto all’ossequio: «Giacomo che c’è ancora?». Lui, con tono piagnucoloso di bambino: «Non è che potreste comprarmi un gelato?».

 

Il giovane Leopardi 

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